·Dolcetto o scherzetto·

Era il pomeriggio di un giorno prefestivo, uno di quei pomeriggi in cui a casa comincia a fare freddo e i termosifoni, se pure ne è stata decisa l’accensione, non funzionano, perché la caldaia é già andata in blocco. Era uno di quei pomeriggi ancora incerto su cosa dovesse essere: se l’ultimo momento di una stagione mite o il primo di una stagione più rigida. Per strada iniziavano a vendersi le castagne arrosto. Nella dispensa, una bottiglia di vino novello attendeva solo di essere stappata.
Suonarono alla porta. Eravamo, con mia moglie, una coppia di poco più che trentenni, da qualche mese andati a vivere insieme. Andai ad aprire e trovai due bambini, vestiti di nero e mascherati in volto, accompagnati da una donna. I bambini pronunciarono una incomprensibile cantilena. Rimasi interdetto. La donna prese l’iniziativa e scandì le parole, pure un po’ spazientita: “Dolcetto o scherzetto?”. Dovetti ammettere che non sapevo cosa volesse dire. La donna, a quel punto, spiegò, con la pazienza dovuta ad uno che, poveraccio, non ci arrivava, che era la festa di Hallowen ed avevo due possibilità: o accettavo di consegnare dei dolci o sarei andato incontro a qualche temibile scherzo. Halloween era allora, per me, una festa di incerta collocazione, confinata in qualche lontano episodio del telefilm “Happy Days”. Il contesto per uno scherzo alla Ralph Malph. Offrii dei biscotti. Non avevo altro. I bambini, con donna al seguito, mi perdonarono per il poco che avevo ed andarono via.

Qualche anno dopo, mi sono trovato nella parte dell’adulto che accompagna i bambini in giro per il palazzo. Ero con i miei due figli, allora di sei e quattro anni. Qualcuno aveva già bussato alla nostra porta ed era stata mia figlia a proporre: “lo facciamo anche noi?”. Non eravamo preparati. Insieme a mia moglie improvvisammo, arrangiammo. Recuperammo delle maschere di carnevale e ci avviammo per il palazzo. I bambini si vergognavano ed io pure. Superammo l’imbarazzo e, un po’ alla volta, suonammo a tutte le porte: “Dolcetto o scherzetto?”. Negli occhi di chi ci aprì, riconobbi lo stesso sguardo interrogativo che avevo avuto io una decina d’anni prima. Raccogliemmo qualche caramella, qualche biscotto e qualche cioccolatino. I bambini ne furono contenti ed io pure. Tornati nel nostro appartamento, sentivamo di avere fatto qualcosa di speciale. Era come essere usciti dal guscio. Ognuno dal proprio. La sera andai ad ordinare i panini al fast food più vicino e li mangiammo a casa. Fu una serata semplice e tenera, allegra e dolce.
E’ da quella sera che mi sono innamorato di Halloween. Sembrerà strano, perché la mia generazione ha, in genere, un atteggiamento di rifiuto verso questa ricorrenza. Conosco le argomentazioni: “non ci appartiene”, “non è della nostra cultura”, “è una festa pagana”, “è solo consumismo”. C’è del vero in queste affermazioni, cui, però occorre dare il giusto peso. Intanto, su cosa si intende per “nostra cultura”. Halloween è un’antichissima festa di derivazione celtica, dunque europea, con cui si celebravano le anime sacre dei defunti. Una sintesi di ciò che noi, in Italia, festeggiamo l’uno e il due novembre. Halloween, festa pagana, finisce dove inizia quella religiosa: una notturna, l’altra diurna. Puoi addormentarti pagano e svegliarti religioso. Sbaglierò, ma vedo una matrice comune in queste celebrazioni, che muovono, sia pure con traiettorie diverse, dalla stessa prospettiva: la vita oltre la morte.

 

Quanto al consumismo, beh, è successo anche per il Natale, la più importante delle nostre feste religiose, trasformata nella sua versione anglosassone, pagana ed ipercommerciale, con un Babbo Natale di importazione americana.

Proviamo ad andare alla sostanza delle cose. Per quanto mi riguarda, posso dire che, dopo quella prima volta, il rito, con i miei figli, si è ripetuto ogni anno, arricchito dalla presenze di qualche amico loro. Di anno in anno, ho visto le persone, anche le più anziane, anche le più sole, iniziare ad organizzarsi, a riempiersi la casa di dolci e di caramelle, da dispensare ai bambini che suonavano alla porta. Lo facevano con allegria. E’ come se questa festa pagana, commerciale, straniera, abbia portato, poi, a fare qualcosa di umanissimo, di sociale, di laico, ma, se posso dire, persino di religioso: bussare all’uscio delle case, aprire le porte, scambiare sorrisi tra persone che, a volte, pur vivendo nello steso palazzo, nemmeno sanno della rispettiva esistenza.
Il primo novembre è sempre tutti i santi, il due novembre la festa dei morti. Il 31 pomeriggio, beh, è diventato la festa di Halloween. Si è aggiunto a ciò che avevamo già, senza togliere nulla. Per le strade sciamano frotte di bambini. Sono mascherati, vorrebbero fare paura, così risultando, se possibile, ancora più teneri. Bussano alle porte ed entrano nei negozi. Chiedono dolci, portano allegria, ricevono sorrisi. Accade in quel pomeriggio che ancora non sa se essere l’ultimo momento di una stagione che sta finendo o il primo di una stagione nuova. In casa comincia a fare freddo, ma i termosifoni ancora non funzionano, perché la caldaia, se pure è stata accesa, si è già bloccata. Le castagne, cotte al forno, spandono, insieme ad un po’ di calore, il profumo di ciò che sta per arrivare. Il vino novello attende solo di essere stappato.

 





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