·Dieci giorni fa·

Dieci giorni fa, di mattina, è uscito sul terrazzo della sua casa e si è ucciso con un colpo di pistola.

In questi giorni post Sanremo, in cui tutti parlano d’altro, non riesco a togliermi di dosso il pensiero di lui. Perché l’avevo conosciuto, Antonio Catricalà. Non bene, ma in maniera per me significativa.

Era il febbraio del 1997, più o meno mentre si svolgeva il Festival di Sanremo, e Patty Pravo, allora davanti a un folto pubblico, cantava “Dimmi che non vuoi morire”. 

Steso sul letto della caserma della Polizia nella quale alloggiavo durante il corso per agente effettivo, meditavo su cosa fare per mettere a frutto la mia laurea in giurisprudenza, dopo quasi due anni in cui l’avevo deliberatamente trascurata. 

Puntai su un corso di preparazione al concorso in magistratura.

Antonio Catricalà, che di quel corso era il docente di diritto civile, arrivava con l’auto di servizio, guidata dall’autista. Un uomo maturo e di successo, saggio ed equilibrato. Così lo vedevo io. Anche se, mi rendo conto, era ben più giovane di me ora. Ho sempre constatato la mia tardività, confrontandomi con la precocità dei talenti altrui. Annaspavo più che ventenne sull’esame di storia del diritto italiano, quando scoprii che Bartolo da Sassoferrato, alla mia età, era già l’esimio giurista tramandato dalle sue opere; sapevo poi dal liceo che Giacomo Leopardi, a quella stessa mia età, aveva scritto “L’infinito”.

Bartolo da Sassoferrato

In questo sentirmi tardivo e inadeguato, c’era lui, il Professor Antonio Catricalà, che durante le sue lezioni di diritto civile riusciva invece ad infondere coraggio, persino a me. “Quando sarete seduti al banco per affrontare un esame o un concorso”, si raccomandava, “prima di scrivere qualcosa leggete attentamente la traccia. E non vi curate di chi vedrete subito chino sul foglio a scrivere paginate intere; anzi, se potete, cercate lo sguardo di quel candidato e fissatelo”. Dopo una studiata pausa riprendeva: “Quello è lo sguardo di uno che verrà sicuramente bocciato”.

Ci spiegava poi che non è tanto importante dimostrare di sapere, ma ragionare: “I concorsi si passano soprattutto perché si ragiona, si scrive in italiano e si ha voglia di passarli”. 

In quello scampolo di corso che frequentai, affrontammo una sola esercitazione in aula. Antonio Catricalà restituiva il tema in dei brevi colloqui individuali. Quando toccò a me, sfogliando l’elaborato  disse: “Questo è un tema che passa”.

Non passai quel mio primo concorso. Avevo studiato troppo poco. Dopo due anni di “debauche”, come la chiamava mio padre, troppo grande era lo scarto con quanti, invece, non solo avevano probabilmente studiato di più e meglio di me già all’università, ma avevano continuato a coltivare con impegno gli approfondimenti post universitari. Non me ne crucciai. Era giusto così. Il tutto mi servì a capire due cose: che mi dovevo impegnare di più, perché la concorrenza era spietata, e che ce la potevo fare. Sennò lui, Antonio Catricalà, non mi avrebbe detto: “Questo è un tema che passa”.  

Il settembre successivo mi iscrissi a un altro corso, molto celebrato, di preparazione in magistratura. Le cose si combinarono in modo tale che mi sono poi trovato a superare un concorso che non credevo fosse alla mia portata. Lo stesso con cui Antonio Catricalà, molto più giovane di me, aveva iniziato la sua folgorante carriera. Sentii il bisogno di andarglielo a dire. Mi salutò con cordialità, quasi affetto: “Mi ricordo di te, eri bravo, sapevo che ce l’avresti fatta”. 

Ora è appena terminato il Festival di Sanremo. Dovrei parlare di questo, forse. E però penso a lui. Che ha deciso di andarsene, a febbraio. I giornali hanno scritto di una depressione e mi sembra incredibile. Lui, così sicuro, stabile, saggio, colto. Chissà. 

Mi torna alla mente una canzone di Vecchioni che ascoltavo molto nel periodo in cui frequentavo quel corso e cercavo di capire cosa sarebbe stato di me. E in particolare una strofa, che parlava dell’ambizione e di chi, dopo aver conquistato tutto, si trova di fronte “allo stesso sole disperato di quando era partito”. 

Patty Pravo, dunque, cantava “Dimmi che non vuoi morire”, sullo sfondo il “sole disperato” di Roberto Vecchioni. Mentre ripenso a quello che è successo, ascolto una giovane artista che ora, da quello stesso palco di Sanremo, davanti a una platea vuota, intona il verso “Adesso che non ci sei più”. Ecco. A me pare che questi tre versi, che rotolano quasi casualmente nella roulette dei ricordi e del presente, custodiscano il segreto di una storia che probabilmente non capirò mai. Ma non importa. Perché basta ragionare, scrivere in italiano, avere voglia di farcela. Vero Professore? 




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