·Diciott’anni·

A diciott’anni frequentavo il secondo liceo classico, ero forte a ping-pong, suonavo – male – il basso elettrico, e quando ascoltavo “Bomba o non Bomba”, di Venditti, mi veniva la pelle d’oca, anche se non sapevo perché.

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Questa settimana anche la più piccola delle mie quattro nipoti ha compiuto e festeggiato diciott’anni. 

E’ stato quando, con mia moglie, abbiamo accompagnato alla festa e poi siamo andati a riprendere i nostri figli che li ho visti: questi ragazzi adulti, codice civile alla mano, eppure così cuccioli. Mascherati da “grandi”, mi verrebbe da dire, anche se non era proprio così. Erano vestiti da uomini, o da donne, in qualche caso da ciò che di altro sentono di essere. Ho riconosciuto il tocco dei genitori, le giacche e le scarpe comprate per l’occasione. “Dai, mettiti una cosa un po’ più elegante”. “Tesoro, certo che devi indossare l’abito rosso”. Mi è sembrato di scorgere anche il punto di mediazione con le loro istanze di neo o quasi diciottenni. “Ma scusa, non mi posso mettere le Nike?”. 

Ho immaginato i papà e le mamme fare i nodi alle cravatte, suggerire come muoversi con i tacchi. Concedere qualche tocco adolescenziale.

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Mia moglie ha saputo aiutare i nostri figli a reinterpretare e adattare alla situazione il loro gusto e la loro età (poco più di 15 e di 13 anni). Vestiti come non era successo mai, sembravano emozionati ma anche a loro agio. A vederli così, vestiti da grandi, ma per me sempre i miei bambini, pure io mi sono sentito come non mi era successo mai. 

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La festa dei 18 anni, qui da noi, in Italia, è la festa del debutto. Per chi li compie e per chi è invitato. 

Da questo punto di vista, mi pare che le cose non siano cambiate, negli ultimi decenni. 

Forse noi, che siamo i loro genitori, alle feste dei diciott’anni eravamo ancora di più una copia dei nostri genitori. Non ce ne rendevamo conto, ma a rivedere le foto di allora sembriamo dei giovani attori impegnati nelle prove generali di ciò che non eravamo ancora. 

Andavamo alla scuola superiore, il nostro principale obiettivo era scansare lo studio e le interrogazioni, la musica ci teneva vivi anche quando ci sembrava che tutto andasse storto e non avevamo la minima idea di cosa saremmo stati in futuro. 

Chissà  cos’hanno in testa i cuccioli di adulti che ho sbirciato alla festa di mia nipote. 

Credo non lo sappiano nemmeno loro. A quell’età sai così poco di te stesso. Più di tutto, nei loro occhi mi è sembrato di vedere proprio questo: l’incertezza e al tempo stesso la curiosità di scoprire che adulti saranno. 

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Oggi ho cinquantuno anni. Dopo il liceo mi sono laureato, poi ho iniziato a lavorare. Sono in effetti diventato l’adulto da cui mi mascheravo quando andavo alle feste dei diciott’anni. 

A ping-pong non gioco quasi mai e quando capita, in genere, perdo. Il basso è in cantina. 

Quando ascolto “Bomba o non Bomba”, però, mi viene sempre la pelle d’oca. Continuo a non sapere perché, e tutto sommato va benissimo così.




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