·De Cecco, resa dei conti tra cugini·

Filippo De Cecco fa incetta di quote e spacca il gruppo. Pochi giorni fa, riferisce Il Corriere, ha chiuso l’acquisto di una quota dell’8,59 per cento dal fratello Giuseppe Adolfo, portandosi così al 23,59 per cento. Il presidente del terzo gruppo mondiale produttore di pasta dopo Barilla e la spagnola Ebro Foods, aveva annunciato che ci sarebbe stato un riassetto della compagine societaria che avrebbe reso la governance del gruppo, che conta 21 eredi, molto più fluida.

E così è stato. Una mossa che però ha provocato un vero e proprio smottamento nella società: gli altri due rami cugini (Saturnino e Giuseppe Aristide) si sono infatti dimessi dal consiglio di amministrazione.

Il gruppo fino a questo momento era così diviso: a fianco di Filippo che è il maggior socio singolo, ci sono il nipote Saturnino (foto sotto) col 23,41 e Giuseppe Aristide (foto sotto) con le figlie che detiene il 12,04. Poi ancora il cugino Giuseppe Alfredo che insieme ai figli ha il 10,50, Maria De Cecco sorella di Saturnino con il 9,2 ed altri otto con quote tra il 4 e il 5 per cento. 

“Ormai con tanti eredi siamo di fatto una public company, ci stiamo allenando per la quotazione in borsa”, ha dichiarato scherzando Filippo Antonio al Corriere.

Ma per gli altri due cugini c’è poco da scherzare e infatti, dopo il consolidamento di Filippo se ne sono andati. A questo punto il presidente sta tentando di riportare al tavolo i due dimissionari per trovare una soluzione alla partita, ma a una prima riunione i due non si sono presentati. L’ultima possibilità sarà l’assemblea convocata per lunedì 6 febbraio, chiamata a eleggere i due amministratori dimissionari e a anche a rinnovare l’intero consiglio di amministrazione scaduto a inizio 2020.

Ma come mai i De Cecco sono arrivati a una frattura così profonda? Racconta il Corriere che le due fazioni (i fratelli Filippo e Peppe da una parte e Saturnino e Giuseppe Aristide dall’altra), sono divise da una diversa visione per il futuro del gruppo che raccoglie ormai 21 soci, molti dei quali eredi dell’azienda che ha 140 anni di storia alle spalle: dentro ci sono quelli che non sono direttamente impegnati nell’azienda e che vorrebbero uscire e altri che invece fanno parte della governance. Divise, le due fazioni anche rispetto alla prospettiva dell’ingresso in Borsa, dove il gruppo potrebbe reperire maggiori risorse per la crescita.




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