·Dalfy, ultimo banco·

L’ultimo banco. Quello dei più distratti, dei più irrequieti, di quelli che fanno casino, che disturbano che non studiano che è meglio tenerli lontani. A scuola è così. In Senato il posto in fondo tocca all’ultimo dei peones.

E’ preoccupatissimo Luciano D’Alfonso in questa immagine che dice tutto, che descrive benissimo la parabola di quest’uomo potentissimo e così fortemente arroccato alla sua poltrona abruzzese, condannato ora a prendere una decisione. E’ questione di giorni, pochi giorni e il senatore-governatore sarà costretto a scegliere, e sceglierà il Senato è chiaro, nonostante non sia proprio così come se l’era immaginata la sua avventura parlamentare, non ci saranno incarichi di governo né di sottogoverno, né ministri amici ai quali stringere la mano e chiedere aiuti, né scale da salire e tappeti rossi da consumare. Ci saranno stipendi ricchi e  privilegi ma poca pochissima cosa rispetto al potere del governatore, alle folle di questuanti che lo aspettavano davanti alla Chiesa dei Gesuiti la mattina presto così da potergli parlare appena finite le preghiere, o sotto casa, o sotto gli uffici della Regione o davanti alla sua porta in viale Bovio, diventerà scarno l’elenco degli appuntamenti nell’agenda della fedele segretaria Marianna. 

E starà pensando proprio a questo Dalfy, alla sottile riga che divide la sorte del presidente di Regione da quella di un peone qualsiasi seduto all’ultimo banco, file e file dietro la Fedeli, da Roberta Pinotti, da Pittella e invece paradossalmente a solo quattro file di distanza da Matteo Renzi, una new entry come lui, con cui condivide una caduta a capofitto, nel gradimento e nel potere.

Assiste, da quel suo ultimo banco, al discorso di Giuseppe Conte, alla fiducia del governo giallo-verde, un governo tra tutti i possibili governi che lui non si sarebbe mai potuto immaginare di vedere all’opera, quando in campagna elettorale riempiva le sale a botte di telefonate e sms e wapp immaginando l’”Abruzzo al governo”, e mai uno slogan è stato più infelice, oltre che sbagliato.

Luciano D’Alfonso entro la fine di giugno sarà chiamato dalla commissione del Senato a decidere, se non avrà il buon gusto di dimettersi prima (non lo farà, aspetterà l’ultimo giorno utile, sennò lo avrebbe già fatto), se fare il senatore o restare governatore.

Resterà lì, condannato a un dolce far niente, a obbedire ai diktat del capogruppo, del partito, senza autonomia e senza capacità di incidere su niente. 

E ieri infatti, la sua bacheca Facebook sempre così interattiva, pronta a documentare tutti i suoi passi, è rimasta stranamente silenziosa: gli ultimi post risalgono al mattino, quando ha partecipato a un convegno sul turismo balneare e lui ha potuto scrivere sulla locandina il suo stato civile, senza il minimo cenno di pudore: Senatore e Presidente della Regione Abruzzo Pd. Poi dal pomeriggio, quando è iniziata la seduta al Senato, niente. Non c’è più niente da dire. Persino il fido Camillo D’Alessandro, che da quando è stato eletto deputato e si può firmare “On.Camillo D’Alessandro” ha occupato il suo tempo a dire male di Salvini e poi di Di Maio e poi di Conte, che non Conta o Conta poco, insomma lui da giorni si diverte così. No, Dalfy così non si diverte, non cè molto da stare allegri, e lui lo sa benissimo. 

D’Alessandro con Calenda a Roma

ps: E quindi, con la mano sulla bocca, dimostra di essere preoccupato, molto preoccupato. Si può dire che fino a ieri era andato a Roma e non aveva perso la poltrona. Da oggi il proverbio ha ristabilito la sua forza: è andato a Roma e ha perso la poltrona, quella alla quale in fondo teneva di più. Questione di giorni. 




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