·Dalfy, prove di addio·

Non è certo la faccia delle migliori occasioni, quella che esibisce Luciano D’Alfonso alla conferenza stampa di addio di ieri mattina convocata per raccontare 50 mesi e 1.500 giorni di governo. È un volto triste, nervoso, di chi se ne va perché costretto, perché mannaggia la Costituzione e Gasparri e le incompatibilità e tutti quei marchingegni che gli impediscono di fare il doppio lavoro, di conservare le due poltrone. È il volto di chi lascia una cosa che gli è scoppiata in mano, di chi ha fallito, di chi non è stato capace di cucire un rapporto con la sua gente, i suoi elettori, di chi ha misurato il 4 marzo scorso la profondità del divario, di chi sa che ieri l’Abruzzo è stato attraversato da un enorme incontenibile sospiro di sollievo.

È la faccia di un politico che il giorno del suo insediamento si definiva elettoralmente infallibile  ed oggi esce di scena dopo aver chiuso il Pd nell’angolo più angusto dai tempi della Margherita: il 13,9 per cento. E le folle acclamanti sono ormai ridotte a qualche imbarazzante riserva dello staff, ormai ad esaurimento dei contratti e degli applausi. Esce di scena con una bella poltrona al Senato ma che se ne fa, lo dice lui stesso che le sue speranze erano altre, il centrosinistra al governo e una poltrona da ministro, chissà. I soldi non sono tutto (per chi li ha), vogliamo mettere il potere.

E così uscirà di scena, ma oggi non si sa ancora con certezza: “Oggi firmo”, dice in conferenza stampa ma la lettera fino a ieri sera alle 19.30 non era ancora arrivata. C’è tempo fino a oggi, meglio sfruttarlo tutto, non si sa mai. Certo, poteva fare meglio, dice, ma sfida l’Università di Teramo a scovare chi ha fatto meglio di lui, forse Mattucci ipotizza buttando la palla talmente indietro nel tempo da rendere impossibile e poco appassionante il raffronto, nel qual caso sarebbe pronto a restituire tutti i guadagni di presidente.

Si andrà al voto a partire da dicembre, non lo deciderà lui però, chiarisce spiegando le regole ai giornalisti presenti confusi in sala con la sua clac. Lui si darà da fare, “come sempre” e c’è chi non sa a questo punto se sia un bene o un male, quel “sempre”. Ci saranno tre liste civiche insieme a quella principale del Pd. Fornisce una previsione, scommette che a correre ci saranno 4 candidati presidenti: quello dei 5 stelle che a dispetto delle Regionarie (sospese) sarà Sara Marcozzi, quello del centrodestra (Martino, probabilmente, se Forza Italia riuscirà a ricucire con la Lega, che punta invece su Fabrizio Di Stefano), quello del centrosinistra (scelto attraverso le primarie) e il quarto: forse Maurizio Acerbo, di Rifondazione comunista.

Vincerà, scommette facile Dalfy, chi prenderà il 30 per cento, 200 mila voti. Sarà Legnini il candidato del Pd, gli chiedono. No, per lui Dalfy vede altri importanti incarichi istituzionali, “è una risorsa della Repubblica” e poi saranno sempre le primarie a deciderlo: e questo è l’affondo che si concede nei confronti del suo eterno nemico. Legnini, se mai vorrà candidarsi, dice Dalfy (ma difficilmente lo vorrà) dovrà passare attraverso le primarie: a nulla valgono la stima e l’autorevolezza guadagnate durante il suo incarico al Csm, dovrà correre con i Paolucci o i Vattelappesca.

La conferenza stampa di ieri

Lui, comunque, resterà fuori da tutto. Darà solo una mano, “come ho sempre fatto”.

Ps: no, non resterà fuori da tutto. Il regista delle elezioni sarà sempre lui: lo garantisce lo stato comatoso del Pd, che anche ieri, in questo tira e molla grottesco di fine legislatura, è  rimasto come negli ultimi cinque mesi: zitto e assente





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