·Cupole e misteri·

#laveritastaincielo (Regia: Roberto Faenza. Con: Riccardo Scamarcio, Maya Sansa, Greta Scarano, Valentina Lodovini, Shel Shapiro, Luciano Roffi, Tommaso Lazotti, Alessandro Bertolucci, Giacomo Gonnella, Alberto Cracco.  Genere: Drammatico)

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La verità è raramente pura e non è mai semplice. Esordisce con questa citazione di Oscar Wilde il diciannovesimo film dell’ultrasettantenne regista torinese Roberto Faenza. Tutti sappiamo di cosa parla (il caso Orlandi) ma evidentemente questa storia deve ancora essere raccontata e la parola fine non è riuscita a metterla nessuno. Magistrati, giornalisti, investigatori e, purtroppo, familiari, ancora attaccati alla speranza di ritrovare una persona viva. Faenza lo fa in modo tagliente e con ritmo (anche attraverso una doppia narrazione in flash back, dal passato al presente); aiutato da attori bravissimi e che con evidenza sentono la delicatezza del tema. Uno dei tanti misteri d’Italia che fa dire a Shel Shapiro, interprete del direttore della testata inglese che riapre il cold case, “capisco perché Shakespeare abbia ambientato i suoi drammi lì”. Ed anche “Grazie a dio abbiano il big ben e non il vaticano”. Roma ne è protagonista assoluta, in negativo ed in positivo (come sempre: sarà la sua forza?). Da Mafia Capitale alla banda della Magliana, un filo rosso di corruzione e denaro, le istituzioni anche religiose intrise di malavita. Mazzette, feste, processi aggiustati, misteri, appunto. Nel film troneggiano le cupole, la Roma barocca di Sant’Apollinare, piazza delle Cinque Lune, San Pietro, ovunque. Per non fare dimenticare allo spettatore che i nodi di questa storia dolorosa portano lì, allo Stato del Vaticano. Faenza riporta tutti sulla ribalta, li mette in fila, buoni e cattivi: Monsignor Marcinkus, nell’83 capo dello IOR, il gorillla di dio; il papa polacco; senatori e procuratori della repubblica; Calvi e Papa Francesco. A lui pare si debba l’ispirazione del titolo: avrebbe sussurrato al fratello della giovane scomparsa “Emanuela sta in cielo”. Ma il regista non si rassegna e si capisce ciò che vorrebbe realizzare con questo film: uno squarcio nell’archiviazione del caso, una rottura nella rassegnazione della fine certa. Le scene finali sono decisive, l’incrocio tra un alto prelato ed un magistrato. Un accordo che però non risulta ancora rispettato. Sbandieriamo la nostra democrazia, siamo orgogliosi della Costituzione. Vogliamo rassegnarci all’egemonia del silenzio, avallata dall’enorme potere che evidentemente non trova confini nel colonnato del Bernini? Molti commentatori hanno osservato che la Chiesa non ne esce bene da questo film, anche perché si ricorda l’assurda vicenda della sepoltura di Renatino De Pedis in una basilica vaticana. Ed anche io la penso così, ed anche il papa argentino che ha detto “nella chiesa c’è l’alzheimer spirituale e la schizofrenia di chi vive una doppia vita”. Meglio viverne una sola, sinceramente. La verità, quanto è difficile dirla e realizzarla.
P.s. La colonna sonora è incentrata su Toto Cotugno, l’italiano vero. Come questa storia, vera ed italiana, nella sua negazione persistente di verità.
Meglio il clamore del silenzio.




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