·Cuore matto·

I miei figli ascoltavano al computer una canzone dei One direction. E’ una canzone di cui ignoro il titolo ma che ho già sentito diverse volte e sempre me ne viene in mente un’altra. E’ per via di un accordo ed un effetto iniziali, molto simili. I due brani sono, per il resto, diversissimi.

Ho deciso di farmi avanti: “Digitate un po’ <The Clash – should I stay or should I go>, per favore”.

Volevo fornire la prova di quella specifica somiglianza iniziale. 

Del confronto con il grande punk rock del passato, però, a loro non importava nulla. Continuavano ad ascoltare i One direction. Allora ho deciso di prendere You Tube in mano e li ho condotti nella storia della musica.

“Ecco a voi  <The Clash – should I stay or should I go>”.

Hanno subito riconosciuto la somiglianza dell’accordino e dell’effetto. 

Bene.

Sono riuscito a tenerli sulla prima strofa, poi anche sulla seconda, e così fino al ritornello. Ancora non mi avevano chiesto di cambiare canzone. Diamine gli stava piacendo, gli stava piacendo <Should I stay or should I go>!

E’ stato a quel punto che ho deciso di calare l’asso.

Ma lo sapete qual è la canzone dei Clash che più mi fa impazzire?

No, non lo sapevano, ovviamente.

“Ecco a voi <London Calling>”.

Hanno concesso un ascolto iniziale. Avevo acquistato un certo credito, del resto. Mentre Joe Strummer cantava, a me è venuto di chiudere gli occhi, canticchiare, accennare il ritmo. 

In pratica mi stavo lasciando andare. 

E’ stato su “a nuclear error, but I have no fair”, cioè quando io c’avevo oramai la pelle d’oca e pensavo di averli in pugno, che li ho visti, con la coda dell’occhio, mentre si davano di gomito. Ho capito che guardavano me, che venivo preso da “London Calling”, come io avrei potuto guardare mio padre se si fosse fatto prendere da “Cuore Matto” di Little Tony.

Senza darlo troppo a vedere mi sono ricomposto. Dai, spegniamo questo computer che s’è fatto tardi; a lavarsi i denti e poi a nanna, forza.

Poco fa, nel silenzio della notte, è successo di nuovo.

Ecco a voi, anzi a me stesso, “Cuore matto”.

Il basso ritmato a simulare un battito cardiaco; la voce del compianto Antonio Ciacci (in arte Little Tony), graffiata il giusto, a introdurre la poetica del “cuore matto che ti segue ancora/ e giorno e notte pensa solo a te”. Dopo pochi secondi, la rullata di batteria, il piano in sottofondo, la musica che entra nel vivo.

Lo sapevo. Me lo sentivo. Era scontato. 

Giunto a “digli la verità/ e forse capirà/ perché la verità”, in un tripudio di fiati, cori e controcanti, m’è rivenuta la pelle d’oca.

Però non è grave. Secondo me.




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