·Cronache di guerra·

Insomma stiamo a casa. Chi più, chi meno. Tutti molto di più del solito. 

Lunedì sera, a Piazza di Spagna, davanti alla scalinata deserta, c’era solo un venditore di caldarroste.

La sera successiva nemmeno più lui.

Ora noi, animali sociali, ci teniamo a debita distanza. In fila per entrare al supermercato, alla cassa. E per strada, se proprio ci dobbiamo andare.

Fino a martedì scorso ho dovuto necessariamente recarmi al lavoro. Andavo in macchina e poi a piedi. Nel tratto a piedi, percepivo chiaramente il movimento di difesa delle persone che incrociavo. Uno spostarsi o ritrarsi per mantenere la massima distanza possibile. Poi, nonostante le temperature estremamente miti, moltissimi indossavano le  sciarpe come i rapinatori. Misure alternative dettate dalla mancanza di mascherine.

E’ una situazione davvero anomala e nuova. Scavo nella memoria per cercare di ricordare qualcosa di simile. 

Tappato in casa, d’inverno, forse per qualche febbre, da ragazzo. Oppure durante le vacanze di Natale. Adesso, però, tutto faccio tranne che oziare.

Mi alzo come per andare al lavoro e subito mi metto al pc. Non ho nemmeno la salvezza del viaggio di andata e ritorno. Stancante, certo, l’ho maledetto tante volte, e però, mi rendo conto ora, rappresentava un momento di sospensione degli obblighi. Un’ora e mezza, tra andata e ritorno, di (sia pure relativa) deresponsabilizzazione che ora non ho più. Sono immerso in un ciclo continuo lavorativo del quale, al tempo stesso, mi rendo conto di non potermi lamentare. C’è chi in questi giorni ha perso il lavoro. Chi non l’ha perso ma non può guadagnare. Come fa a vivere? 

C’è, poi chi, addirittura, l’ha persa. La vita. E sono molti. Troppi.

Il bollettino, seppure filtrato dalla costante anteposizione dei guariti, è sempre più inquietante. Le immagini dei carri funebri che entrano nel cimitero di Bergamo suonano come le campane a morto.

E’ una situazione di attesa lugubre. Ogni tanto qualcuno si affaccia al balcone e inizia un applauso. Non si bene a cosa. Ai medici, agli infermieri, agli eroi di questi giorni. Poi si canta. L’inno d’Italia. Un ragazzo poco fa ha improvvisato una tarantella battendo su una pentola. Qualcuno ha applaudito. 

Ci si guarda e saluta da lontano, da un balcone all’altro. 

Gli anziani isolati. Proprio loro, i più bisognosi. 

Tappati in casa ad aspettare, non sappiamo nemmeno bene cosa, né quando. Non a breve, comunque.  Però speriamo. 

Ora che ci penso qualcosa mi viene in mente. Qualcosa di lontano, nel tempo e nello spazio, e nemmeno vissuto direttamente. Letto nei libri di storia o visto nei film o al telegiornale. Qualcosa di simile a un tempo di guerra. Senza spari, né sangue, ma con morti e feriti. Con la speranza di farcela, di potere riabbracciare i propri cari e i propri affetti. Chiusi in casa, a proteggersi dai bombardamenti. Non sappiamo quanto durerà. Da lontano, attraverso il tam tam che rimbalza di cellulare in cellulare, da quello stesso tempo passato, arrivano le note di una canzone dolce e malinconia, nata un anno prima di me, e che perciò mi accompagna da sempre. Una canzone di solitudine e pensieri, desideri e fantasie. Una canzone che mi dà la sensazione fisica del mangiadischi con cui l’ascoltavo, del volo che mi sembrava, su quelle note, di compiere. Una canzone che parla di lunghi pomeriggi azzurri, di certe domeniche da solo, di un treno dei desideri. E allora m’immagino questo. Quanto meno con il caldo, arriverà la notizia che è stata siglata la pace. Terminerà il coprifuoco. E usciremo per la strade, prima guardinghi, poi prendendo fiducia, infine pazzi di gioia. Ci daremo la mano e ci abbracceremo, cantando, tutti insieme, quella stessa canzone. 

E insieme alla pace, l’estate, cercata tutto l’anno, all’improvviso, eccola qua. 




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