·Come quella bambola·

Bambola

Difficile parlare d’altro. Difficile pure trovare le parole. Sembra di rivivere il film di Pasqua. Con le tragedie che arrivano in coppia. Prima le lamiere di un terribile incidente: lì il pullman delle studentesse, qui i treni dei pendolari ed ancora degli studenti. Poi l’attentato: lì i kamikaze esplodenti, qui i terroristi mitragliatori.
Cerchiamo di capire qualcosa di più dalla “Galleria” globale, dallo smartphone collettivo nel quale si sono trasformati i mezzi di informazione di tutto il mondo. Immagini prese al buio, spesso sfocate, traballanti di emozione o di paura, che catturano i momenti prima, durante o dopo, i luoghi intorno o dentro la tragedia. Poi le voci. L’audio delle voci è straziante. I lamenti, le urla, i pianti di chi è sopravvissuto.
Questa testimonianza diretta, assunta da chi si trovava lì, nell’ambito della sua vita uguale alla nostra, con l’utilizzo di un mezzo quotidiano, che tutti abbiamo in tasca, rende, se possibile, ancora più vicina la percezione di ciò che è accaduto.
Ti immagini i bambini che aspettano, e ce ne sono tanti, perché i fuochi d’artificio sono soprattutto per loro, la gente che spinge, un po’ di vento che soffia e ti rinfresca.
Nizza è pure una città che conosco. Conosco quel lungomare. A casa di un mio amico, in questi giorni, c’erano degli ospiti, con i figli piccoli; alcuni, ieri sera, erano rientrati da dieci minuti, quando si è scatenata la mattanza, altri erano rimasti a casa per un lieve malessere.
Di storie come queste sarà piena la città e di riflesso i siti, i giornali, le televisioni. Storie di chi si è salvato perché era tornato indietro a prendere le sigarette, “poi dici che il fumo fa male”, o di quello che è stato colpito perché si era attardato sul lungomare per rispondere ad una telefonata, “poi dici che una telefonata ti salva la vita”.
Dici pure: vabbè, da domani solo il “Frecciarossa”, quello non viaggia su tratti ad una sola corsia; l’aereo per carità, chi si azzarda, del resto a Instabul non devo andare, tanto meno a Dacca; e manco a Parigi, e nemmeno a Bruxelles; e neppure a Nizza. L’elenco si allunga. Rischia di diventare infinito. Ma perché in Italia siamo sicuri? E le spiagge? E i centri commerciali? Per questo, poi, neanche dopo tanto, e come sempre, ricominci a fare tutto, perché altrimenti non dovresti fare nulla.
Facciamo e faremo tutto, però con la consapevolezza di essere fragili, precari, appesi a fili invisibili. Come formiche. Schiacciate dalla scarpa che incurante, e pure un po’ soddisfatta, ci passa sopra, dalla curiosità di un bambino che vuole capire come si muore, dall’acqua che esce dalla pompa per levare la sabbia dai piedi, dal fuoco acceso a ferragosto per cucinare le salsicce alla brace.
In questo momento, soprattutto, ci sentiamo come quella bambola, fotografata nella notte di Nizza, probabilmente da uno smartphone estratto dalla tasca dei pantaloni, vicino agli spiccioli che servivano per comprare le sigarette, o un giornale, o un souvenir, oppure sì, prendo questa rosa e “tieni Amore”, o “va bene bimbi, scegliete le gomme che volete comprare”. Come quella bambola, rispetto alla quale preghiamo che non appartenesse a chi, lì accanto, è coperto da un lenzuolo bianco, attribuendo a questa preghiera il potere di salvare tutti i bambini, e tutti i ragazzi, e tutti gli adulti che hanno perso la vita. Ci riprenderemo, certo. Ma ora, come quella bambola, siamo a terra, muti, immobili. Vicini a quei corpi. Senza vita pure noi.





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