·Come eravamo·

Il messaggio mi arriva di notte, via e-mail, dal mio amico Massimo, ritrovato di recente grazie a Facebook: “Ciao Marco, buona visione”. In allegato un file: “Capodanno 1992/1993”. 

Morso da una curiosità canaglia, ho subito avviato il video e mi sono ritrovato in una delle ultime feste di Capodanno prima del nuovo millennio. 

In sottofondo la musica di allora: il blue’s di Wilson Pickett e Otis Redding. Gli U2 di Achtung Baby. Poi Vinicio Capossela e Fred Buscaglione. L’esibito ribellismo dei Litfiba, le atmosfere alternative di Manu Chao, il post punk dei Cure, le incursioni nel Fossati rinnegato de “La mia banda suona il rock”. Poi “Heroes” e “Jumping Jack Flash”. Insomma un po’ di tutto e non proprio la musica di allora, ma la musica che allora ascoltavano dei ragazzi 22/23/25enni di media cultura ed astrazione sociale, un po’ romani e un po’ reggiani. Ci eravamo conosciuti due anni prima, in Grecia. Ne era nata un’amicizia che ci aveva portato a condividere, tra l’altro, almeno un paio di passaggi d’anno, estesi alle rispettive comunità di amici. 

Ci sentivamo alternativi, diversi soprattutto dai nostri genitori. Alle pareti i manifesti di “Apocalypse now” e il “Cacciatore”. Cinema Holliwoodiano, anche se di spessore, perché l’America era sempre l’America, con i suoi miti, a volte perdenti, ma affascinanti.

Eravamo uomini o donne, ma ci sentivamo ragazzi, forse perché vivevamo ancora con i genitori che ci avevano cresciuto.
“Roni, ma è finita la birra?”. Sì, la birra. Al vino siamo arrivati dopo. Il Prosecco, poi, che io ricordi, non lo voleva nessuno. E comunque Roni non aveva finito la birra, di questo sono sicuro.

Ho preso in giro le nuove generazioni, i ragazzi nati molti anni dopo quel Capodanno, che spesso ho visto giocare a carte. Eccoci pure noi attorno al tavolo, impegnati in sfide che non hanno certo il fascino dannato del gioco d’azzardo. Innocue briscolette.

Sapevamo di essere ripresi dalla videocamera, ma facevamo finta di niente. Giusto ogni tanto qualche battuta a favore di inquadratura. A differenza dei ragazzi di oggi, abilissimi a parlare, ballare e recitare nei video che girano con maestria a noi ignota.

Era la fine del 1992 e facevamo delle facili, con gli occhi di oggi pure un po’ becere ironie  sul Partito Socialista. C’è Andrea che imita Intini ed io gli chiedo di chiarire dove si annidino le “sacche di socialismo reale”, volendo parafrasare la terminologia che la propaganda del PSI usava nei confronti del PCI/PDS. Di Intini ho letto un libro, di recente, sulla storia de “l’Avanti”; se potessi, vorrei fargli sapere quanto quel testo mi abbia appassionato.

Eravamo dei 22/23/25enni tutto sommato morigerati. Ci sentivamo alternativi, ma gli eccessi, ammesso che si debba necessariamente passare per quella fase, già alle spalle.

L’atmosfera nel complesso trasmessa da quelle immagini è di tranquillità, di fiducia, come generazione e come paese. Eravamo figli di persone che lavoravano e stavano meglio dei lori genitori. Ci sentivamo diversi, ma convinti che pure noi avremmo trovato una nostra dimensione lavorativa che ci avrebbe portato a stare meglio dei nostri genitori. Leggo questa convinzione nei nostri occhi, sui quali ogni tanto stringevano le inquadrature. 

Pensavano di sapere, quegli occhi, e non sapevano nulla. Sapevano solo quello che avevano visto, cioè poco. E nulla di ciò che sarebbe stato. 

Non mi riferisco all’attualità pandemica. Per ritrovare degli occhi inconsapevoli del Covid-19,  basterebbe sfogliare le foto del Capodanno dell’anno scorso. Gli occhi del 1992 non sapevano, non potevamo immaginare il molto altro che da allora a oggi è successo. 

Ad esempio la tecnologia che ora pervade il nostro quotidiano: internet, le email, l’e-commerce, lo smartphone e lo smart working. Le trasformazioni geopolitiche ed economiche. L’Italia così diversa da come era quando eravamo nati, alla fine degli anni ’60.   

E poi gli episodi e le circostanze della vita di ognuno: gioie e lutti, unioni, allontanamenti, arrivi, addii.

Quegli occhi non sapevano. Non potevano nemmeno immaginare. Però guardavano avanti.

E’ così anche ora, che il tempo alle spalle è di più di quello che abbiamo davanti. Sappiamo un po’ quello che è stato, non quello che sarà. E vale la pena scoprirlo, tanto o poco che sia. Dando a ogni passaggio d’anno il senso dell’immagine montata sul finale del video che, 28 anni dopo, mi ha mandato il mio amico Massimo. 

Un’alba, la luce tenue su un paesaggio sconosciuto. 

Il miracolo di una nascita. 

La rinascita.




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