·Il cerchio della vita·

#arrival (Regia: Denis Villeneuve. Con: Amy Adams, Jeremy Renner, Forest Whitaker, Michael STuhlbarg, Tzi Ma, Mark O’Brien. Genere: Fantascienza)

Questi sono giorni di ghiaccio. Di paura, angoscia, dolore e speranza appesa a un filo. O meglio, alla forza, capacità e determinazione dei soccorritori della montagna. Una digressione dalla realtà e dall’attesa, come andare al cinema, fa quasi sentire in colpa. Scelgo ancora una volta un film di fantascienza, violando le mie abitudini. Che digressione sia, al cento per cento. Ma il film, come Passengers (qualcuno di voi lo ha visto?), non è affatto lontano dalla nostra vita, sebbene affronti il tema (non semplice, dati gli autorevoli precedenti) dello sbarco degli “alieni” sulla terra. La protagonista è una linguista, una docente universitaria che studia la comunicazione tra i popoli attraverso il linguaggio, “osserva” in profondità le parole diverse, le decodifica per trovarne un’anima comune. Il suo scopo è evitare che la diversità degli idiomi provochi fraintendimenti; cita un bellissimo esempio di cosa possano provocare i fraintendimenti, legato alla parola “canguro” che nella lingua degli aborigeni in realtà significava “non capisco” e che invece diede il nome al marsupiale. Viene “arruolata” dall’esercito americano per fare fronte ad un’emergenza: sulla terra sono arrivati 12 monoliti, dei gusci di pietra enormi, alti come colline. Stanno sospesi sul nostro pianeta, distribuiti in diversi paesi, non si comprende con quale criterio. Le forze armate del mondo sono allertate, nessuno pensa che questi misteriosi individui vengano in pace. Nel Montana però si fa un tentativo di comprendere, attraverso un contatto “ravvicinato”, il motivo per cui sono venuti. Accanto alla linguista lavora uno scienziato, un fisico. E subito la prima domanda: il linguaggio o la scienza, cosa sta alla base della civiltà? Lei, che basa i suoi studi sul valore assoluto della comunicazione, conosce la risposta all’interrogativo: “facciamo che ci parliamo prima di sbattergli in faccia dei problemi matematici?”. Così cerca di fare. Contro tutti, contro le logiche rigide di chi non aspetta altro che fare la guerra. Gli “alieni” hanno l’aspetto di enormi cefalopodi, dei polpi intelligentissimi, che disegnano cerchi con l’inchiostro nero per rispondere a Louise, con cui subito entrano in contatto. Non a caso dei polpi: chi si è immerso sott’acqua con la maschera sa quanto possano essere arguti e sensibili e dotati di inventiva, a dispetto della loro appartenenza alla classe dei molluschi. La spina dorsale del racconto, a tratti metafisico ma esteticamente bellissimo, è l’affermazione che il conflitto non è altro che una reazione al diverso, per la non comprensione del suo linguaggio. Alla comunicazione tra diversi si contrappone la guerra. Insomma: basta capirsi, basta parlarsi. Per disinnescare ogni ordigno bellico. Attraverso la parola e la reciproca comprensione si riesce a fare “un gioco non a somma zero”, qualcosa che conviene a tutti. Al contrario della guerra, che (lo sappiamo: ce lo ripete la storia) fa male a tutti. Gli “eptapodi” (così vengono chiamati) sono venuti sulla terra per “offrire arma” e vedendo il film si capisce cosa sia questa (preziosa) arma, poco umana davvero ma capace di rendere il tempo un cerchio. Non più un segmento di eventi che si susseguono, ma un cerchio: come i disegni comunicativi degli alieni. La frase più bella è d’amore, perché l’amore tra due persone è il massimo livello di comunicazione: “ho passato la vita a guardare le stelle, ma la più grande sorpresa non è stato incontrare loro, è stato incontrare te”. La dice lo scienziato alla linguista. Ed è l’inizio di una nuova vita.




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