·Chilometri e minuti·

Duemilatrecentodue chilometri e venti metri. 

Ho preso l’abitudine di azzerare il contachilometri parziale della macchina in due diversi momenti dell’anno, entrambi legati a una impressione: quando mi sembra che stia per finire e quando mi sembra che stia per iniziare l’estate.

Il primo momento coincide, in genere, con il ritorno dalle vacanze d’agosto.  Rimessi i pantaloni lunghi, trascorsi quei due, tre week end in cui ancora si cerca di catturare scampoli della stagione che sta terminando, a un certo punto percepisco il cambio di abbigliamento come definitivo e allora, tac, azzero il contachilometri. 

L’altro e speculare momento capita, invece la prima volta che vado al mare. Non alla partenza, dopo che sono arrivato. Perché è allora che avverto il cambiamento. E non deve essere per un fuori stagione anticipatorio, ricognitivo, deve essere proprio con telo e costume da bagno, sennò non vale. 

Duemilatrecentoduedue chilometri e venti metri misurano dunque i miei spostamenti degli ultimi nove mesi.  

* * *

I chilometri e i minuti sono due facce dello stesso fenomeno. Consumiamo gli uni e gli altri e loro non tornano indietro; tu, però, puoi fare il viaggio di ritorno; puoi anche rimettere indietro le lancette dell’orologio, per quanto sia solo un’illusione. 

Qualcosa di simile a un viaggio nel tempo si vive quando, sui portali internet, ti viene chiesta l’età e cominci a spostare a ritroso il cursore degli anni. E vai indietro, indietro, indietro. 

Ricordo quando il mio anno di nascita mi sembrava giovane e gagliardo. Tanto che lo esponevo con orgoglio alla fine dei nickname  da scegliere per la registrazione. Non so bene da quando ho cominciato a vederlo come il segno della lancetta che si è spinta troppo oltre. 

* * *

L’anno scorso, al giro dei miei  cinquanta, ho provato a fermare il tempo e a far ripartire i chilometri, rimettendo in funzione la mia vecchia Citroen 2CV, rossa, classe 1985. Macchina spartana come poche altre, mi ci sono spostato ed è quella con cui, da giovane uomo, iniziavo l’estate. Sulla strada Pontina, verso il primo mare di stagione, il caldo addosso, la musica diffusa da un rudimentale apparato stereo e il gomito sul finestrino. “Vento d’estate, io vado al mare voi che fate?”, ascoltavo allora nel rumoroso abitacolo della mia 2CV. 

Dal mese di giugno dell’anno scorso, l’ho dovuta affidare a diversi meccanici. Sino all’ultimo, che, dopo averla tenuta ricoverata per due mesi, ha assicurato: ora è un gioellino, devi solo girarci un po’. L’ho presa per andare a trovare mia madre, all’imbrunire di un sabato tardivamente romano. A circa due chilometri dall’arrivo, la macchina ha cominciato a ballonzolare e a sputacchiare. Ha percorso così altri cinquecento metri sino a spegnersi del tutto. Ero nel cuore della nuova “movida” romana, per la verità piuttosto assembrata. Guardavano, i ragazzi con i bicchieri in mano, un uomo di mezza età che cercava vanamente di far partire l’auto della sua perduta gioventù. Preistoria per loro. Erano un po’ incuriositi e un po’ infastiditi. Per sottrarmi alla curiosità e al fastidio, sono sceso e, portiera aperta, mano sul volante, ho spinto la 2CV alla ricerca del primo parcheggio utile. “Serve aiuto?”, mi hanno proposto. “No, no”, ho risposto con sicurezza bugiarda ma carica di orgoglio. Dopo poco ho trovato posto. Rivolto un ideale “Tiè” ai pur garbati ragazzi della movida e all’incauto meccanico, ho proseguito a piedi fino casa di mia madre, alla quale, dopo, ho dovuto chiedere un passaggio. Da questo punto di vista, con mia madre che mi accompagnava, è stato un po’ come riportare indietro le lancette dell’orologio.  anche se i chilometri non sono ripartiti. L’esperimento non è riuscito, dunque. Almeno per ora. Non demordo, però.

* * *

Sul divano di casa, guardo Renzo Arbore di oggi che mostra un se stesso di 30 anni fa cantare “Bingo, bango, bengo”, canzone che non mi hai  interessato. E infatti anche ora, appena sento intonare quell’incomprensibile verso, mi viene da tuffarmi sul cellulare, come mio figlio, seduto vicino a me. Su certo cose non si cambia mai, e se non cambio io, provo almeno a cambiare canale. Mi imbatto in un film di incerto contenuto. Mi distraggo di nuovo, anche se giungono le note di “Se mi lasci non vale” di Iglesias. Però, mica male la melodia del vecchio Iglesias.  

Duemilatrecentodue chilometri e venti metri in nove mesi. Pochi. 

Mi sa che è arrivato il momento di rimettersi in moto.

Ci vorrebbe una giornata al mare, con l’aria condizionata, i confort della modernità e la musica giusta, che sappia guardare al futuro. Basta con questo voltarsi sempre all’indietro. 

“Se mi lasci non vale”, per esempio, sarebbe perfetta.




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