·Chiedi chi erano gli U2·

Ho provato a raccontare a mia nipote, diciassettenne, chi erano gli U2. Eravamo in macchina, domenica scorsa, in viaggio verso Roma, per andare ad assistere al loro concerto.
Nel racconto, sono partito dal mese di ottobre, o forse novembre, del 1984, quando a “DeeJay Television” (il programma di “Italia Uno”, che alle 14,30, appena tornati da scuola, ci apriva una finestra sul mondo musicale), trasmisero il video di “Pride”, la canzone con cui gli U2 entrarono nel cuore degli adolescenti degli anni 80. Quantomeno di quelli che avevano, più o meno nascosta dagli abiti, dagli atteggiamenti, dalla reputazione, un’anima rock.
Galvanizzato dalla ritmica e dalla melodia di quel singolo, mi precipitai a comprare il loro album: “The unforgettable fire”. Fu un una delusione, inizialmente. Mi aspettavo pezzi di un rock accattivante e tutto sommato facile, come “Pride”, mentre mi imbattei in un disco che mi parve di musica sperimentale. Con il tempo, quell’album è sorprendentemente diventato uno dei miei preferiti.
Nel raccontare l’epopea degli U2, inevitabilmente intrecciata con le vicende della mia gioventù, mi sono ricordato di quanto fosse diverso e difficile, a quei tempi, entrare in contatto con la musica. Senza internet, né “You tube”, né “Spotify”, bisognava comprare il disco. Oppure trovare qualcuno che te lo registrasse sulle “musicassette”. Altro che mp3. Altro che immediata condivisione con Whatsapp. Una fatica vera! Soprattutto per i dischi di qualche anno prima. Al tempo di “The Unforgettabile Fire”, per esempio, gli U2 avevano inciso già quattro album. A me interessava, in particolare, “Under a blood red sky”, un disco “live”, che, avevo letto, racchiudeva il meglio della loro produzione precedente. Nessuno delle persone che frequentavo lo possedeva. Questo sino a quando, era oramai l’estate del 1985, al mare, mi trovai a stringere amicizia con tre ragazzi appassionati di musica. Una sera organizzammo l’ascolto. A casa di uno di loro, dopo cena, facendo lo slalom tra padri addormentati sul divano, ciabatte in terra, mamme che fumavano e chiacchieravano attorno al tavolo da sparecchiare, la televisione accesa su una puntata de “l’ispettore Derrick”, ci sistemammo sul terrazzo. Grazie ad un registratore che allora chiamavamo portatile, ma che era di dimensioni enormi rispetto alle casse che si utilizzano oggi, e con una qualità del suono drammaticamente inferiore, riuscii finalmente ad ascoltare i pezzi di quell’album. Me ne innamorai.
Pochi giorni dopo, di ritorno dall’Inghilterra, mio fratello mi portò una maglietta degli U2 ed una copia di “Under a blood red sky”.
A marzo del 1987, quando uscì “The Joshua tree”, conoscevo alla perfezione tutte le loro canzoni, possedevo tutti i loro album ufficiali, più alcuni “bootleg” (i dischi con le incisioni pirata, spesso di pessima qualità, di alcuni loro concerti). Due mesi dopo, il 27 maggio, ero sul prato dello stadio Flaminio, ad assistere a loro primo, memorabile concerto romano.
The “Joshua tree”, di cui ricorre ora il trentennale, celebrato con questo tour, fu l’album della loro definitiva consacrazione mondiale.

Un pomeriggio di quel periodo, ho raccontato a mia nipote, senza preavviso, si materializzò a casa mia un compagno di classe. Allora funzionava così. Una citofonata e: “Che fai?”. Stavo studiando ed il mio amico salì. Entrò in camera, assicurandomi che non mi avrebbe dato fastidio. Mi chiese se poteva ascoltare una canzone. Certo, poteva. Mise “The Joshua tree” sul piatto, posizionò la puntina sulla terza traccia del lato “A” e nella stanza si diffusero le note di “With or without you”. A quel punto il mio amico si sedette sul letto, lo sguardo perso, ed ascoltò per tre volte consecutive la canzone. Era innamorato di una ragazza, un amore non corrisposto, e “With or without you” gli procurava un qualche beneficio interiore. Io continuai a studiare. Dopo il terzo ascoltò si alzò, sistemò il disco nello scaffale, mi ringraziò ed andò via. Una scena, al tempo stesso, insignificante e surreale.
Di fronte allo sguardo perplesso di mia nipote, mi sono reso conto che stavo maldestramente raccontando non chi erano gli U2, ma chi ero io, chi eravamo noi, e cosa gli U2 avevano rappresentato per la nostra generazione. Ho capito che dovevo finirla lì. Da quel momento ho proposto a mia nipote solo alcuni brani musicali, senza alcun racconto a corredo. Credo che abbia tirato un sospiro di sollievo.
Siamo arrivati allo stadio Olimpico carichi di aspettative. A questo punto ci sarebbe stato bene il racconto emozionato di un concerto esaltante. Invece no. Se ne è letto molto, ma in pochi hanno avuto il coraggio di dire la verità: è stato un concerto rovinato da un’acustica scandalosa, di cui qualcuno dovrebbe essere chiamato a rispondere. Tanto più che i biglietti erano stati venduti a prezzi altissimi.

Andando via dallo stadio, ho pensato che forse si compiva un percorso. Trent’anni dopo il mio primo concerto degli U2.
E’ stato, probabilmente, per superare la frustrazione appena vissuta che ho avvertito l’esigenza di un nuovo inizio.
Allora ho pensato che, in principio, pure l’acquisto del loro primo album era stato una delusione. E poi che, in qualche modo, mia nipote adesso sa chi sono gli U2. Non per i miei polverosi racconti, ma per la sua esperienza diretta.
Sì, è iniziata una nuova storia.
Era domenica ed era luglio. Il giorno 16, dell’anno 2017.
Il meglio deve ancora arrivare.





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