·Scacciamo la paura·

Ian Anderson. (Jethro Tull)

Non più di una settimana fa, ho comprato il biglietto per il concerto di Ian Anderson, cantante dei Jethro Tull, leggendario gruppo di rock progressive.
Prima di procedere all’acquisto, mi sono posto alcune domande preliminari. Quando è previsto il concerto? Ci sono già altri impegni che mi impedirebbero di andare? Quanto costa il biglietto? L’istruttoria ha avuto esito positivo. Allora sono entrato nel merito. Ho pensato alla prima volta che li ho visti in concerto, il 3 luglio del 1988. I Jethro Tull erano il mio gruppo preferito e non capita spesso. Voglio dire: che tu vada matto per un certo gruppo musicale e che proprio in quel periodo ti capiti di poter vedere un loro concerto. A me, con loro, capitò così. E capitò pure che iniziarono il concerto con la mia canzone preferita: “Cross eyed Mary”. Accadeva cinque giorni dopo avere sostenuto l’esame di maturità, all’inizio di un’estate che, va da sé, ricordo come entusiasmante. Un’estate, al tempo stesso, molle e smodata, appassionata e inconcludente. Le estati del passato sembrano spesso le migliori. E chissà se lo sono state per davvero.

Più o meno negli stessi giorni, mi sono anche chiesto se proporre ai miei figli di andare a vedere il concerto di Lodovica Comello, una cantante per teen ager. Mi sono proiettato sull’evento, immaginandomi insieme a loro, ho pensato che fra poco nemmeno lo potrò più fare, perché ai concerti andranno con i loro amici, ed a maggior ragione ne ho avuto voglia. Prima di proporlo ai ragazzi, ho avviato l’istruttoria preliminare. Lo stop è arrivato alla seconda domanda: per quel giorno avevamo già un impegno. Me ne sono dispiaciuto, ma ho pure pensato che lo potremo fare in altra e migliore occasione. Magari con un cantante o un gruppo che a loro interessi davvero.
Nel prendere queste decisioni, sì ad un concerto e no all’altro, non ho pensato mai al possibile rischio di attentati. Avrei dovuto? Forse sì. Perché il rischio è concreto, come la strage di Manchester ha reso evidente. Ma se anche ci avessi pensato, sarebbe stato giusto farsi guidare nella decisione? Sarebbe stato giusto avere paura e decidere, in base ad essa, di non andare?
Non lo so. Provo rabbia per questa paura con cui siamo costretti a convivere. Una situazione che mi appare ingiustificata e assurda.
Una parte di me, però, si connette con l’altra parte del mondo, con qualche voce che arriva da lì e parla di una paura analoga. Mi tornano alle mente immagini di ragazzi e bambini colpiti a scuola o in ospedale, portati a braccia da genitori disperati. Uomini o donne che raccontato di avere perso, sotto bombe intelligenti, democratiche e civili, i loro figli, le loro famiglie, le loro case. Allora mi rendo conto che se noi odiamo loro, per i morti e la paura che ci infliggono, loro odiano noi, per gli stessi motivi, oltre che per una storica condizione di oggettivo sfruttamento. Siamo proprio sicuri che siano stati loro a dichiarare guerra a noi?
Reminiscenze scolastiche mi raccontano di quando, in nome del nostro Dio, andammo proprio lì, in medio oriente, a portare saccheggi, distruzioni, morte. E poi che lì, nell’altra parte del mondo, c’è tutto ciò che serve a noi. Le materie prime indispensabili per il mondo industrializzato. Potrebbero essere ricchi, eppure sono poveri. I popoli sono poveri. Sfruttati. Non so nemmeno più bene da chi.

Abbasso la prospettiva, torno nel mio mondo, provo a guardarlo con il mio angolo visuale. Ad esempio quando vado al lavoro, nel centro di Roma. Vedo moltissime persone, di tutte le razze, o “etnie” che dir si voglia, colori, costumi, religioni.
Lo ammetto: se scorgo un tratto o un abito arabeggiante mi viene sempre un pensiero. Quel pensiero. E se per caso? E se proprio ora? E se proprio lui? O magari lei? Potrebbe essere pure quell’altro, però. Quello “ariano”. In fondo, penso, il norvegese che, qualche anno fa uccise settanta ragazzi, sparando all’impazzata, non era né arabo, né musulmano, né dell’Isis. Era biondo, bianco, ariano, “anti” molte cose, tra cui, per esempio, anti-islamista e anti-multiculturalista.
In tutto questo terrorizzato pensare, mi sembra di svegliarmi dall’incubo quando da quel tipo che ha l’aria sospetta, dalle mani tenute in tasca, dagli zainetti che chissà cosa c’è dentro, vedo estrarre telefonini che scattano foto, selfie, panoramiche. Persone che si abbracciano, ridono, a volte litigano. Sullo sfondo la bellezza di Roma. Recupero fiducia nell’essere umano. Siamo ancora capaci, nonostante tutto, di stare insieme, mettere da parte la paura e provare a guardarci con curiosità, interesse, fiducia.
Andrò ad ascoltare Ian Anderson, il 23 giugno. Porterò i miei bei ricordi di una estate e di un momento entusiasmante. Ascolterò le sue canzoni, nella versione di oggi. Io stesso mi presenterò nella versione di oggi. Quindi non mi lascerò solo andare alle emozioni delle note. Penserò pure: e se per caso? E se proprio ora? E se quello lì? Però andrò lo stesso. Perché voglio continuare ad avere fiducia nell’essere umano. E ciò che vuoi, ricordo che ci raccontavamo al liceo, se anche riguarda la collettività, può cominciare solo dai tuoi piccoli gesti individuali.




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