·La nube che cambiò tutto·

E’ stato da poco il trentennale, senza che, peraltro, se ne sia parlato abbastanza. Che poi i trentennali sono due, uno più famoso e l’altro meno.

Iniziamo da quello più famoso con una domanda: cosa facevate il 26 aprile 1986? Probabilmente non lo ricordate. Una cosa, di sicuro, non sapevate ancora: che quella notte, alle ore 1,23, nella centrale nucleare di Chernobyl, in Ucraina, un Paese che ancora faceva parte dell’Urss, si era verificata una esplosione e poi un incendio che avevano provocato la fuoriuscita e la dispersione di materiale radioattivo. Non lo sapevate perché nessun mezzo di informazione ne aveva ancora parlato o scritto.

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C’era un giornale, in Italia, che, sull’argomento, stava più in difficoltà degli altri: “L’Unità”. L’allora “organo” del PCI, infatti, oltre ad essere, come tutti i giornali, stretto tra le poche notizie disponibili, l’esigenza di informare e quella di non creare panico, era, al tempo stesso, giornale di opposizione e di governo; di governo, perché l’incidente era avvenuto in Russia, la casa madre del PCI, sicché l’atteggiamento era, almeno inizialmente, quello del giornale cauto, che tendeva a minimizzare evento e responsabilità; di opposizione, invece, rispetto al governo italiano, del quale aveva interesse a mostrare inefficienze o ritardi, ma senza esagerare, perché questi andavano comunque ad incidere su un pasticcio nato nella casa madre. Direttore del giornale, inoltre, era Emanuele Macaluso e, dal 30 aprile, Gerardo Chiaromonte, entrambi esponenti della corrente migliorista, ovvero di quella parte del PCI più vicina al PSI ed al segretario Craxi, allora Presidente del consiglio.

Sfogliare le pagine de “L’Unità” tra la fine di aprile ed i primi di maggio del 1986 rappresenta un viaggio non solo nella nostra storia, ma anche in questo insieme di contraddizioni e di imbarazzi incrociati.

Sabato 26 aprile 1986, il problema principale che angustia l’Europa è il terrorismo basco, responsabile di un attentato a Madrid, con un bilancio di 5 morti e quattro feriti.

Il disastro di Chernobyl non esiste ancora come notizia nemmeno il 27 aprile, quando, tra gli altri, compare un articolo di approfondimento sul terremoto del Belice del ’76, del quale viene tratto un bilancio “dieci anni dopo”. E su “dieci anni” si ha un sussulto, pensando che ora lo stesso titolo dovrebbe essere “cinquant’anni dopo”.

Il 28 aprile era lunedì e “L’Unità”, come tutti i giornali di partito, non usciva in edicola. Si plana dunque direttamente sul 29, quando compare il titolo:”Incidente nucleare in Urss – fuga radioattiva sino in Scandinavia e vittime”.

La notizia doveva essere arrivata in chiusura del giornale: nell’articolo stesso, che prosegue solo nell’ultima pagina, si riferisce che l’annuncio è stato dato al “telegiornale della sera con un dispaccio della Tas”. Di fianco, tanto per contestualizzare gli eventi, viene dato risalto al “compromesso sull’emittenza televisiva”, ovvero sulla disciplina del sistema radiotelevisivo, ancora regolata dalla legge “provvisoria” adottata due anni prima, che ha “chiuso la verifica a 5” dei partiti di governo. Sì c’era il “pentapartito”. L’accordo consisteva nel concedere la diretta televisiva a chi avesse posseduto non più di due televisioni nazionali. Sarà poi concessa pure a chi ne aveva tre, come ben sappiamo. Nello sport, Boniperti si compiace per lo scudetto appena vinto ai danni della Roma, suicidatasi in casa con il Lecce dopo una incredibile rimonta nel girone di ritorno. In lontananza si scorge già il mondiale di calcio del Messico.

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E’ solo il 30 aprile che compaiono, sia pure timidamente, le proteste degli “scandinavi” sul silenzio di Mosca ed un primo articolo che prova a prefigurare le conseguenze di quanto accaduto: “difficile stabilire qual è la dose di radiazioni sopportabile dall’organismo”, perché ci sono “effetti immediati” e quelli “a lunga scadenza (mesi o anni)” ma, in ogni caso, aumenteranno “i rischi di cancro”.

Il primo maggio il titolo principale è sulla “nube” che “tocca anche l’Italia”, sebbene l’occhiello, poi, tenti di minimizzare, perché si registra un “leggero aumento di radioattività (1,8%)” solo “in alcune zone del nord”. Nelle pagine interne si dà conto delle misure adottate e delle reazioni negli altri paesi europei (”Svezia: non bevete acqua piovana; Varsavia: lunghe file in farmacia; Austria: lasciate i bimbi a casa”) ma con un senso di estraneità, come se il problema non ci riguardasse direttamente.

Il problema diventa ufficialmente italiano il 3 maggio, con il titolo in prima pagina sulla iniziativa del ministro della Sanità, Degan, che vieta la “vendita di verdure” ed il “latte fresco ai bambini”. Al tempo stesso, però, state tranquilli, perché “L’Urss ha spento le centrali come quella di Chernobyl”.

Il ministro della Protezione civile, Zamberletti, rassicura, perché la nube sta per lasciare l’Italia ed il livello delle radiazioni è contenuto; in Italia, perché in Polonia, per esempio, la radioattività è “500 volte più del normale”.

Il 4 maggio arriva l’emergenza: “corsa al cibo, ansia e allarme tra la gente”.

Gli italiani cominciano a chiedersi che sarà di loro. “In Europa nei prossimi 20 anni ci saranno più casi di leucemia e di tumori alla tiroide”, si ipotizza a pagina due. Sappiamo tutti che è vero, e non solo per leucemie e tiroide.

Le cose del mondo vanno avanti per la loro strada e quindi a Tokyo, in quello che era ancora il G5, si registra un “riavvicinamento tra Craxi e Reagan”.

Il 6 maggio una notizia su tutte: “A Tokyo, Craxi l’ha spuntata; l’Italia nel club dei grandi”; il G5 diventa G7, con l’ingresso dell’Italia e del Canada e questo, commenta Giorgio Napolitano, altro esponente di spicco della corrente migliorista del PCI, “è un fatto positivo”.

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Poi il grande sollievo, perché finalmente “Mosca rompe il silenzio sul dramma”, con un “lungo reportage dalle zone colpite”, mandato in onda sul telegiornale della sera. E’ la “Glasnost”, la trasparenza, predicata da Gorbaciov.

In Italia, intanto, “la nube maledetta se ne è andata”, ma restano i divieti per latte e verdura.

Il 7 maggio Pannella e i radicali annunciano la raccolta delle firme per il referendum, quello che poi sarà stravinto dai sì, con l’abolizione del nucleare.

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L’8 maggio la grande industria alimentare promette di acquistare la merce della quale è stata vietata la vendita. La acquista per farci poi cosa? Gli italiani cominciano a prendere confidenza con le nurie e nanocurie, termini sino ad allora sconosciuti, per misurare il livello di radioattività dell’aria e del terreno.

Nei giorni successivi continua l’andamento oscillante delle notizie, tra allarmi e rassicurazioni: i prezzi delle patate e delle verdure salgono e poi scendono, uno scienziato dice “attenzione, qui ci ammaliamo tutti”, ed uno dice “esagerati, è come se ci fossimo fatti un paio di lastre in più”.

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Il 14 maggio “L’Unità” è di opposizione, al fianco degli ambientalisti che contestano i dati ufficiali e vogliono sapere la verità.

Il 15 maggio Gorbaciov invita il mondo a “ripensare la politica” dopo il disastro nucleare.

La situazione si va normalizzando.

Il 18 maggio torna in prima pagina la politica interna, con il titolo principale dedicato alle imminenti elezioni siciliane. Il disastro di Chernobyl è consegnato ad una tavola rotonda che si tiene nella sede de “L’Unità”, in cui si discute di strategie energetiche, pro o contro il nucleare.

Il 20 maggio 1986 è il primo giorno in cui manca ogni riferimento, diretto o indiretto, a Chernobyl. Sul fronte internazionale tiene banco la notizia dei raid aerei con cui i sudafricani hanno attaccato le capitali di Zambia, Zimbabwe e Botswana.

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Sul piano interno, invece, abbiamo di che essere soddisfatti, perché l’economia vola e c’è euforia nella borsa di Milano, dove il giorno prima è stata toccata, annuncia trionfalmente persino “L’Unità”, la fatidica “quota mille”. Insomma si volta pagina e si guarda avanti. Certo, se si guarda un po’ troppo avanti, magari a venti o trenta anni, toccherebbe pensare ancora a Cernobyl, perché gli scienziati, ma solo alcuni, i più pessimisti, dicono che potremo vedere un incremento delle malattie.

Eccoci quindi al secondo e meno famoso trentennale, quello dell’oblio. Di una realtà che tutti sappiamo essere, quanto agli effetti sulla nostra salute, molto diversa da quella, rassicurante, che era stata e, per certi versi, viene ancora raccontata.

_*D’altra parte, alla fine di maggio del 1986, con l’Italia nel G7, Craxi Presidente del consiglio, l’economia che tira, la Juventus che ha vinto il suo ventiduesimo scudetto, le imminenti elezioni siciliane, il mondiale di calcio e l’estate alle porte, un’estate in cui si ballerà sulle note di “Easy Lady”, della esordiente cantante Spagna, “tra venti o trenta anni”, cioè oggi, sembra un tempo lontanissimo.




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