·Centro commerciale·

Ho maturato una certa esperienza in centri commerciali. 

Ce ne sono di due tipi, fondamentalmente: gli agglomerati di negozi diversi, che in genere si irradiano da un colosso della distribuzione alimentare e arrivano poi a coprire tutta la possibile gamma merceologica  (negozi di articoli sportivi, giocattoli, abbigliamento, tecnologia, profumi, caffè, divertimento, cinema, sino alla ristorazione) e quelli monotematici, che declinano, almeno tendenzialmente, una categoria unitaria (arredamento, idraulica, tutto per la casa) ma arrivano, anch’essi, ad ampliare e diversificano l’offerta (sino alle estreme propaggini della ristorazione, con bar e tavole calde).

Sono luoghi che si autodefiniscono “Iper” e lo sono per davvero. 

Eretti in zone desolate, le uniche che possano accogliere gli smisurati volumi di cemento di cui hanno bisogno, evocano ambientazioni lunari. Se non fosse per le insegne commerciali o per quel minimo di elementi naturali che a forza si impongono tra le alienate geometrie di  architetti e ingegneri bisognosi di molto affetto, sembrerebbe di stare, appunto, sulla base lunare Alfa di “Spazio 1999”.

L’ingresso, le scale mobili, gli ambienti accolgono il cliente per stupirlo, farlo sentire protagonista di un film di fantascienza in 4d.
Per quanto ho potuto osservare, di fronte a questi scenari, i  comportamenti dell’uomo e della donna sono molto diversi. Le donne, in genere sostenitrici del parcheggio il più possibile adiacente al luogo di destinazione, esprimono, appena valicato l’ingresso al centro commerciale, una gagliardia fisica da fare invidia ad un maratoneta. 

L’uomo, per parte sua, che, all’atto del parcheggio, si fionderebbe sul primo posto libero, ancorché a chilometri di distanza, in quello stesso istante si accascia; pare rinvenire quando intravede una fila di carrelli e, non appena se ne è assicurato uno, si accascia di nuovo. 

Ho assistito varie volte alla seguente scena: la donna, in piedi, illustra, spiega, suggerisce, detta la linea d’azione; l’uomo, accasciato sul manubrio del carrello, ascolta con occhio per lo più assente, qualche volta annuisce, molto spesso sbadiglia.
Se ci sono figli, l’uomo si occupa di loro. Per modo di dire, perché, in realtà, cazzeggia insieme a loro, comportandosi come se fosse l’alunno appena più responsabile di una classe di indisciplinati. 

I ruoli si invertono, magicamente, in prossimità dei settori dedicati alla tecnologia o in cui compare l’utensileria varia. Ecco, quindi, che tra computer e telefonini, trapani e chiavi a brucola, l’uomo recupera la gagliardia perduta. La donna, invece, d’improvviso, fa mente locale su dove si trovi parcheggiata la macchina, e si preoccupa per l’eccessiva distanza.

E’ singolare come, in posti per molti versi “moderni”, uomo e donna interpretino ruoli così noiosamente tradizionali, quasi stereotipati.

In questi anni ci sono stato spesso; mi ci sono progressivamente abituato e li trovo anche molto pratici, perché consentono di portare a termine un articolato programma di acquisti in una unità di tempo e di luogo (anche se, a volte, i chilometri percorsi a piedi sono paragonabili a quelli necessari per spostarsi da un quartiere all’altro di una grande città).

Non ci si bagna, né si sente troppo freddo, né troppo caldo. 

E’ tutto abbastanza funzionale e pratico.

Mi ci sono abituato, dicevo, perché è una realtà, almeno in Italia, almeno a Roma, solo degli ultimi 15/20 anni. 

Quando ero ragazzo, per capirci, si autodefiniva “Superalimentari” un negozio di circa 30 metri quadri, con un bancone sullo sfondo, una cassa sulla sinistra, cinque o sei scaffali di prodotti alle pareti, due o tre al centro, e, all’ingresso, le immancabili strisce anti mosche di plastica colorata.

Non è che abbia nostalgia del passato, da questo punto di vista.

Mi rendo però conto che, prima di entrare nell’accogliente tepore artificiale di quegli ambienti smisurati, sempre più spesso il mio sguardo si instrada in una specifica direzione; un punto nel quale, sullo sfondo, si scorgono uno spicchio di cielo, la linea di una catena montuosa, le nuvole che avvertono di una possibile poggia.

Sto invecchiando, probabilmente. 

Sarà per questo che, una volta all’interno, subito mi accascio?




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