·Pagelle e stipendi decurtati: quanto era dura la vita dello staff·

Un codice di comportamento, regole e pagelle. Ma soprattutto uno stipendio corrisposto a rate, una quota subito e il resto dopo sei mesi, ma soltanto se te lo meriti. 

Era un sistema medievale e dispotico, oltre che probabilmente illegale, quello imposto dall’ex governatore della Regione Abruzzo Luciano D’Alfonso ai suoi collaboratori, una settantina in tutto, dei quali una decina in prestito da alcuni assessorati.

Luciano D’Alfonso

 Maperò è entrato in possesso (solo ora) del regolamento economico applicato ai dipendenti del suo staff che prevedeva regole rigidissime e completamente discrezionali, in aperta violazione dei contratti e del codice civile, ma soprattutto della Costituzione. Il regolamento, pomposamente chiamato “Disciplina dell’Ufficio di diretta collaborazione del presidente della giunta regionale e delle strutture di supporto ai componenti l’esecutivo regionale”, allegato a una delibera ripetutamente aggiornata (la prima è di ottobre 2014, l’ultima di febbraio 2015), prevedeva all’articolo 11, comma 4 che l’”emolumento unico” venisse corrisposto mensilmente nella misura dell’80 per cento. Mentre il restante 20 per cento sarebbe stato versato “semestralmente” sulla base di una valutazione di merito formulata su apposito modello, fornito dalla competente struttura amministrativa, a cura del componente l’esecutivo regionale di riferimento, “da cui emerga un motivato e sintetico giudizio, espresso anche numericamente da 10 a 100 punti”. La parte variabile dell’emolumento sarebbe stata corrisposta “in proporzione al punteggio conseguito in sede di valutazione”.

Dalfy col suo staff

Insomma, ai dipendenti dello staff venivano applicate le pagelle. Ma non come quelle dei dirigenti regionali, che vengono sottoposti a valutazione dal Comitato unico. No, in questo caso era D’Alfonso in persona a mettere i voti, organo monocratico e onnipotente. Voti controfirmati dalla sua segretaria (addetta all’agenda) poi promossa dirigente Marianna Di Stefano

Non pago, D’Alfonso stabiliva poi che le eventuali economie potessero essere destinate, a fine esercizio, “ai dipendenti ritenuti più meritevoli, entro il 25 per cento della parte variabile dell’emolumento annuo percepito”.

E in questo regime dalfonsocentrico, ideato da lui secondo regole personali e illegittime, era stabilito ancora che il personale dello staff non potesse usufruire di compensi aggiuntivi in caso di straordinario. Anzi, il personale “assicura l’ordinario orario di lavoro, nonché garantisce, a fronte dell’emolumento unico, comunque la propria presenza, anche oltre l’ordinario orario di lavoro, secondo le esigenze delle attività istituzionali dei titolari dei rispettivi organi; eventuali saldi positivi d’orario non danno diritto a riposi compensativi, e vengono azzerate al termine del mese di riferimento, eventuali saldi negativi vanno recuperati nel rispetto di quanto previsto per il restante personale della giunta regionale”.

Tradotto significa che se lavori di più non hai diritto a pagamenti extra, se lavori di meno devi recuperare. Illegale, anche questo: perché il lavoro straordinario dà diritto a un incremento del 30 per cento.

La segretaria di Dalfy, Marianna Di Stefano

Il famoso “emolumento unico” di cui parla Dalfy nel suo regolamento, è un compenso “fissato in ossequio al principio di congruità rispetto alle prestazioni richieste”, e quindi per il personale con categoria D (con responsabilità di ufficio), 14 mila euro l’anno, categoria D (senza responsabilità di ufficio), 9.568 mila euro; categoria C 9.230 euro, categoria B 7.384, categoria A 5.070.

No, non si può. E D’Alfonso non poteva inventarsi un regolamento del genere, né trattenere il 20 per cento dello stipendio dei suoi dipendenti. Che, anche se di staff, erano inquadrati secondo i termini del contratto collettivo nazionale. No,  in nessun caso al dipendente poteva essere sottratta una parte del suo compenso, perché basta consultare un avvocato laburista per scoprire che quello che faceva Dalfy rappresentava una aperta violazione dell’articolo 36 della Costituzione secondo il quale “il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e alla qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. Un comportamento, quello di Dalfy, che espone la Regione a rischi di contenzioso pesantissimi, perché è vero che i singoli lavoratori firmavano per accettazione le pagelle, ma è anche vero che lo facevano perché costretti, in caso contrario avrebbero perso il lavoro. Una delibera illegittima, quella approvata dalla giunta di centrosinistra dell’epoca, e il dirigente del Personale che ha dato il parere di regolarità è ora esposto a rischi altissimi.

D’Alfonso con Marianna

E ora tocca domandarsi anche che fine abbiano fatto le somme (eventualmente) decurtate agli stipendi dei dipendenti considerati meno bravi, e quindi se davvero siano andate a formare il tesoretto per i più meritevoli.

Ma eccola la pagella che si era inventato Dalfy, quattro voci con un punteggio massimo di 25, in totale cento: grado di responsabilità; capacità di relazione con l’utenza interna ed esterna; qualità e precisione del lavoro; impegno, inteso come partecipazione in termini di disponibilità anche in orari non ordinari di servizio. In fondo, le firme di Dalfy, Marianna Di Stefano e del malcapitato dipendente.

Una pagella

E possiamo soltanto immaginare come questi strumenti siano stati usati durante i quattro anni di mandato, visto che D’Alfonso era l’unico organo monocratico a dividere il suo staff in buoni e cattivi. No, non poteva farlo. Avrebbe, semmai, potuto introdurre incentivi per i più meritevoli, non prima di aver realizzato economie di bilancio, e stabilire che i più bravi avrebbero guadagnato di più, ma con somme sempre al di fuori della retribuzione ordinaria (da sottolineare che modifiche in pejus non sono mai possibili, men che meno in un ente pubblico). E in ogni caso, la valutazione non avrebbe potuto farla lui, ma il Comitato unico che si occupa di tutti gli altri dipendenti.

ps: Insomma, abusi e iniziative arbitrarie, con delibere che aggirano leggi e contratti nazionali, e che se ne infischiano della Costituzione.




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