·Archiviati, ecco perché·

Perché, è la domanda che si sono fatti tutti. Perché archiviati, perché dopo quasi due anni di indagini ben 15 posizioni sono state scartate, perché i politici regionali non hanno responsabilità nella tragedia di Rigopiano e invece i tecnici sì? Non c’erano prove certe a loro carico, quelle prove che avrebbero potuto reggere alla prova d’urto del processo, e soprattutto non c’era la prova che se tutti quegli assessori, presidenti di Regione si fossero comportati bene, la tragedia si sarebbe potuta evitare. Questa è in sintesi la motivazione della procura della repubblica di Pescara sulla richiesta di archiviazione per D’Alfonso & c. Ma il giudizio morale che dà la procura della classe politica abruzzese è lapidario, netto: non le sta a cuore il bene comune, non si interessa di ciò che non porta un vantaggio politico diretto, e i funzionari e i dirigenti li assecondano per ottenere vantaggi per le loro carriere. Di questo, dice in sostanza la procura, si dovranno ricordare i cittadini quando andranno a votare.

Nessuna prova certa

Archiviati perché a loro carico non sono emersi elementi “idonei a sostenere l’accusa in giudizio”, perché il pubblico ministero non può andare in giudizio se non ha acquisito “fonti di prova necessarie e sufficienti per chiedere la condanna, non essendo possibile sottoporre una persona a un processo nella speranza di trovare durante il processo stesso il completamento del quadro accusatorio”. Tutto ciò che è emerso dall’inchiesta su Rigopiano sono condotte omissive, tutte hanno come elemento psicologico la colpa e non il dolo.

Per sostenere queste accuse, aggiunge la procura, deve risultare che “una condotta appropriata avrebbe avuto significative probabilità di scongiurare il danno”. Insomma, spiegano il procuratore Massimiliano Serpi e il pm Andrea Papalia nella richiesta di archiviazione, il punto non è tanto verificare se un indagato abbia operato bene, “ma se il suo mancato o cattivo agire si è inserito in termini di significativa probabilità nella causazione dell’evento: crollo dell’albergo e plurime morti e lesioni”.

Il giudizio morale

E aggiunge che nel caso, spetta agli elettori premiare o bocciare chi ha operato bene (o male): “Altre sono le sedi per un tale giudizio”, scrivono i magistrati.

I tecnici sì, i politici no

Hanno impiegato 4 anni  4 mesi e 5 giorni per fare la Carta valanghe. Ci sono volute 17 ore e mezza prima che si attivassero i soccorsi (intorno alle 19.30 del 18 gennaio) e i soccorritori arrivassero con la turbina spazzaneve vicino all’hotel Rigopiano (alle 13 del 19 gennaio).

Come mai per i ritardi nella redazione della Carta sono stati ritenuti responsabili i tecnici regionali e non i politici, non il presidente della Regione Luciano D’Alfonso e i suoi predecessori, non gli assessori alla Protezione civile? La procura lo spiega così: alla politica spettano solo compiti di indirizzo, controllo e verifica dell’operato dei dirigenti, e quindi competenza e responsabilità per la realizzazione della Carta sono della Protezione civile regionale, e pertanto le omissioni sono a carico soltanto del personale tecnico, con competenze specifiche in tema di previsione e prevenzione dei rischi. E se anche la Protezione civile è “alle dirette dipendenze del presidente della giunta regionale”, secondo la procura “è dotata di piena autonomia organizzativa”, e quindi le responsabilità sono solo degli organi tecnici dell’ente. 

“I profili di possibile coinvolgimento dell’organo di direzione politica appaiono di necessità limitati esclusivamente al caso di colpevole omessa vigilanza sulle attività che incidono sull’organizzazione e sul funzionamento della dirigenza tecnico amministrativa e di colpevole omesso stanziamento di fondi specificamente richiesti per l’attuazione dell’azione amministrativa e, nel caso di specie, per tutte le iniziative e attività necessariamente connesse alla predisposizione della carta valanghe con particolare riferimento al territorio di Rigopiano”.

E qui la procura di fatto fa propria la memoria difensiva di D’Alfonso nel punto in cui dice che la legge stabiliva che la Carta valanghe andava approvata per gradi, con un ordine di priorità che privilegiava i bacini sciistici.

Ma a D’Alfonso era stata contestata anche la tardiva convocazione del Core, il Comitato operativo regionale per le emergenze, tra l’altro in una sede diversa. Una circostanza che al prefetto Provolo è costata l’imputazione.  L’ex governatore fu avvertito alle 19.30 del 17 gennaio, quando il sindaco di Farindola Ilario Lacchetta gli inviò un sms: “Ho bisogno di mezzi sgombraneve perché 3 su 6 di quelli del Comune non riescono ad operare. È possibile averli per domani mattina? Consideri che siamo senza elettricità con 4 contrade isolate”. Lui, alle 20.43  rispose: “Ci lavoro”.

Non è stato sufficiente, questo sms, per la procura: con  quel messaggio “non veniva assunto alcuno specifico impegno operativo” e anzi, la responsabilità è di Lacchetta che ha usato una modalità “impropria” per segnalare la situazione di Rigopiano. Il sindaco  invece “avrebbe dovuto rapportarsi con la sala operativa della prefettura di Pescara”, come poi fece – senza ottenere risposta – la mattina del 18 gennaio. Per i magistrati, in sostanza, “nessuno segnalò alla Regione l’isolamento di Rigopiano”. Perché il messaggio inviato a D’Alfonso non era sufficientemente chiaro.

Gli ex presidenti

Poi la procura analizza caso per caso, posizione per posizione.

Enrico Paolni e Mimmo Srour hanno governato per circa sei mesi e la loro era una reggenza provvisoria, limitata all’ordinaria amministrazione. Del Turco e Ginoble dal canto loro affidarono alla società Collabora la redazione della carta valanghe. Anche se poi i dirigenti Vincenzo Antenucci e Sabatino Belmaggio non diedero seguito alla trasmissione della Carta. Gli aggiornamenti della Carta sono poi proseguiti durante la giunta Chiodi con gli assessori Daniela Stati e Gianfranco Giuliante. Chiodi quindi diede “impulso politico” in materia di Protezione civile. 

Gianni Chiodi

E si arriva a D’Alfonso: la procura scrive che “non sono emersi elementi per ritenere che l’indirizzo politico” avviato da Chiodi poi con la giunta D’Alfonso “sia mutato e che le direttive e le disposizioni impartite al riguardo dall’organo politico siano state revocate o disattese”. Tanto che durante l’amministrazione D’Alfonso “è stata avviata la redazione della Carta per il bacino sciistico del Gran Sasso e impegnata la somma di 43 mila euro per gli altri lotti”. Quindi è stato mantenuto, secondo la procura, “l’ordine di priorità temporale” e se non fu mai aggiornato è stato “per inerzia della dirigenza tecnica”. La procura aggiunge, tra l’altro, che il fatto che D’Alfonso abbia attivato la procedura per trovare nel bilancio regionale, “con evidente difficoltà, l’ingente somma di 1.300.000 euro per finanziare la Carta” “una volta avvenuta la tragedia” di Rigopiano, “non ha valenza accusatoria”.

Quindi, conclude la procura, visto che per l’iter della Carta occorrono 4 anni, non si può rimproverare ai singoli governatori che si sono succeduti, di aver assunto condotte penalmente rilevanti.

Il rapporto distorto con i politici

Fa un rilievo etico, la procura, sui dirigenti e sui politici abruzzesi: sottolineando la responsabilità dei tecnici, mette in risalto la “sudditanza psicologica” dei dirigenti, “la cui carriera dipende grandemente dal favore del politico, sudditanza che si traduce nel non voler porre al politico richieste o stanziamenti che si intuisce non siano nelle di lui priorità di programma”. Un modo di operare, aggiungono i magistrati, che è censurabile per i funzionari ma che pone un serio interrogativo anche sulla qualità di un politico che a priori viene percepito dal tecnico “così sordo a ciò che non lo motiva politicamente, che non gli si pone nemmeno la richiesta” .

Gerardis e Savini

Anche la posizione dell’ex direttore generale Cristina Gerardis, tirata nell’inchiesta direttamente da D’Alfonso, viene archiviata perché, anche essendo un dirigente, il suo ruolo era di cerniera tra il ruolo e amministrativo e semmai più vicino a quello politico, vista la stretta collaborazione col presidente della giunta con il compito precipuo di curare l’attuazione del programma di governo.

“E’ la natura della funzione rivestita da questo dirigente – scrive la procura – a portare ad escludere un rimprovero penale. Infatti si tratta di una figura apicale nell’ambito delle strutture organizzative permanenti della Regione”.

Inoltre, aggiunge la procura, è emersa conferma che la realizzazione della Carta non era prevista neppure tra gli interventi da inserire nel Masterplan.

La centralinista

Francesco Provolo

Archiviata anche la posizione di Daniela Acquaviva, la centralinista della prefettura e quella del responsabile del 118 Vincenzo Lupi.

“Le loro inadeguatezze – scrive la procura – hanno determinato un’iniziale incertezza nell’avvio dei soccorsi che infatti sono stati materialmente attivati circa due ore dopo la prima telefonata di Giampiero Parete che era stata fatta subito dopo l’evento calamitoso verificatosi nella zona dell’hotel rigo piano di Farindola”.

Ma tutto ciò è accaduto, dice ancora la procura, perché nella sala operativa della prefettura si era diffuso il comune convincimento “che il crollo di Rigopiano fosse stato un falso allarme e che era stata fatta idonea verifica”. Quindi solo dopo la telefonata di Quintino Marcella “può ipotizzarsi una significativa superficialità in capo agli operatori”. Che sono stati archiviati perché, secondo la perizia sui corpi delle vittime, i ritardi nell’avvio dei soccorsi,

“conseguenti alla sottovalutazione delle prime telefonate di segnalazione dell’evento che ne hanno determinato l’effettivo avvio solo a partire dalle ore 19:30 del 18 gennaio, abbiano avuto influenza causale sui decessi e sulle lesioni riportate dei superstiti, anche solo in termini di tipologia e/o di aggravamento significativo apprezzabile sotto il profilo medico legale”.

Insomma, se i soccorsi fossero arrivati prima, la situazione delle vittime non sarebbe cambiata: nessuno si sarebbe salvato, secondo la procura, né i feriti avrebbero avuto lesioni meno significative.

Nessuno chiamò gli elicotteri

Poi, in merito alla mancata attivazione dei mezzi di soccorso aereo, la procura distingue tra il prima e il dopo la tragedia. La mancata richiesta di soccorso aereo prima non è censurabile, perché nessuno poteva immaginare che di lì a poco ci sarebbe stata una valanga. 

Sul dopo, la procura ritiene “ragionevole e non censurabile come imperita, negligente, imprudente, la scelta di non aver optato per un ponte aereo tramite elicotteri, perché la migliore via di accesso era quella stradale, indispensabile per portare colà le attrezzature necessarie e i parimenti indispensabili ripari temporanei”.

Inoltre, aggiunge la procura, la scelta di operare con elicotteri in montagna, per di più in cattive condizioni metereologiche, comporta sempre un rischio per l’incolumità dei soccorritori e di coloro che vengono così soccorsi “come testimoniato dalla tragedia del 24 gennaio 2017 con la caduta di un elicottero del pronto intervento 118 a Campo Imperatore con sei morti”.

E in ogni caso l’intervento degli elicotteri non avrebbe salvato la vita a nessuno, conclude la procura. Tanto più che i 29 decessi secondo i periti si sono verificati o nel momento stesso della valanga o a distanza di un’ora.

I 29 morti e i soccorsi

Solo in tre casi la  morte è stata successiva:

per Paola Tommassini la morte è avvenuta quale ora dopo l’ultimo utilizzo del suo telefonino delle ore 7.37 del 20 gennaio (il corpo fu recuperato il 23 alle 22.35); per Luana Biferi è avvenuta in poche ore dall’impatto (il corpo fu recuperato il 24 gennaio 2017); per Emanuela Bonifazi la morte è avvenuta “in un tempo non stimabile in ore rispetto all’impatto” e il corpo fu recuperato il 25 gennaio.

Il prefetto e la Chiavaroli

C’è poi un capitolo che riguarda l’ex prefetto di Pescara Francesco Provolo, l’ex sottosegretaria alla Giustizia Federica Chiavaroli e la funzionaria della prefettura Tiziana Capuzzi (tutti archiviati) che erano stati indagati per aver detto ai genitori di Stefano Feniello che il loro figlio era vivo ed era stato salvato. 

Notizie date ai familiari in attesa della sorte dei loro parenti nell’atrio dell’ospedale di Pescara. La decisione di dare questa notizia fu del prefetto Provolo, scrive la Procura. La Chiavaroli (il suo coinvolgimento nell’inchiesta non era stato mai reso nota prima d’ora),

“ebbe quindi un colloquio con la madre del giovane Feniello, mosso dall’umano intento di alleviarne l’angoscia, nel quale sulla falsariga dell’errata notizia acquisita presso il Com, descriveva l’operare in atto dei soccorritori sul presupposto della sopravvivenza del giovane”.

Papà Feniello

A posteriori scrive la procura, il modo di procedere della Chiavaroli

“può essere ritenuto non professionale e come tale censurabile; i poteri pubblici dovrebbero diramare solo notizie certe in quanto munite di conferma ma questa sede penale è deputata alla sola verifica se, a seguito della errata comunicazione in vita di Stefano Feniello a cui ha fatto seguito la tremenda disillusione della vera notizia della sua morte, si sia determinata o meno una lesione personale nei suoi genitori penalmente apprezzabile. Secondo i periti non è stato così”.

Insomma, l’ex sottosegretaria diede una notizia falsa e non verificata ai genitori di una delle vittime, un atteggiamento censurabile ma in questo caso non penalmente rilevante, secondo la procura. 




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