·Apperò Gravina, che scalata·

Il count down entra nel vivo, mancano sette-giorni-sette all’intronizzazione di Gabriele Gravina al vertice del calcio italiano. Elezione scontata per il candidato unico alla presidenza della federazione, dopo dieci mesi di commissariamento, parecchie brutte figure azzurre e tante chine da risalire per lo sport nazionale. Apperò che bella prova di tenacia per il manager abruzzese (di Sulmona) protagonista del miracolo del Castel di Sangro, l’avventura di Lilliput ascesa fino alla serie B costringendo persino l’Inter a risalire la Valle Peligna per sfidare in Coppa Italia la cenerentola diventata principessa.

Quella squadra che stupì l’Italia portandosi dietro nelle trasferte i Solisti aquilani, tanto per spiegare che l’Abruzzo è anche altro. Che pazienza e che abilità nel tessere la tela giusta, dopo l’obiettivo mancato a gennaio per l’ottusità di troppe componenti pallonare, incassando via via l’appoggio decisivo di Legapro (la sua), Lega nazionale dilettanti e Assoallenatori. E la sostanziale non sfiducia dei calciatori, se si considera l’apertura di credito arrivata da un senatore come Bonucci dopo l’astensione ufficiale della categoria. Ora, Gravina è una persona seria e non c’è bisogno di ricordare perché: uomo di successo negli affari, dirigente sportivo appassionato, una carriera federale passata dalla guida della Nazionale under 21 alla poltrona di numero uno della Legapro, carte più che in regola per risollevare il prestigio del calcio italiano e risolvere alcune questioncelle come il campionato di serie B a 19 squadre in attesa di ricorsi e sentenze (anche se dopo la partita di ieri sera le difficoltà sono attenuate).

Ma soprattutto, in un Abruzzo di nominati, di cooptati, di designati da facebook e di amici degli amici chiamati ai vertici di qualunque cosa; in una regione orfana di uomini di governo veri dai tempi di Zio Remo e con un ceto industriale ancorato da generazioni a un pugno di cognomi noti, Gabriele Gravina rappresenta un raro esempio di classe dirigente costruita autenticamente su merito e capacità. Un’avventura che un po’ rincuora e tanto fa sperare. La regione che esprime il massimo responsabile del calcio italiano con un palmares ristretto alle poche serie A del Pescara è una storia che assomiglia tanto a quella della Lilliput sangrina da dove tutto è cominciato. Come si fa a non parafrasare Flaiano: la situazione è Gravina, però stavolta promette di essere assai seria.




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