·Animula vagula blandula·

Le vedo in giro, ogni tanto, in prestito a qualcuno. Le mani di mio padre. Grandi, e non solo nella percezione di me bambino. Lo erano veramente. E me le ricordo ora, mentre mi rigiro tra le mani questo libro, come fece lui, quel pomeriggio di trentacinque anni fa, quando mi disse: “È bellissimo, sai?”. Non mi propose di leggerlo. Si limitò a comunicare il suo entusiasmo, e ripose poi il volume nella libreria. 

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Non mi piace settembre, quest’anno. Ha un che di lugubre. Sarà per il Covid che di nuovo incombe. Le scuole aprono, e questo non è mai stato motivo di festa, certo. Sapere i bambini e i ragazzi in panciolle mette in circolo molecole di relax di cui, in qualche modo, godono anche gli adulti.
Alla consueta mestizia, in genere consolata almeno dalla stabilità, si aggiunge ora, senza quella consolazione, il seme della precarietà. Di ciò che oggi c’è e domani potrebbe non esserci già più.

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Dell’estate appena trascorsa porto con me una serie di scatti. Tutti dello stesso frangente, sulla spiaggia, al tramonto. Momenti che più di altri sembrano simboleggiare e immortalare una fase, una stagione della vita. Pur sempre e solo momenti, però, che un attimo dopo sono già passato. 

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“Animula vagula blandula”.

Nei vari tentativi che ho fatto in questi trentacinque anni, ho sempre ricominciato da questo verso, incipit del romanzo che allora mio padre teneva tra le mani: “Memorie di Adriano”. Vari tentativi, sempre naufragati: la prima volta a pagina 3, poi a pagina 6; nel tentativo più ostinato degli altri, forse, fino a pagina 10. Niente, mi dicevo, non fa per me. Scusa papà, ma io proprio non riesco a leggerlo.

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“Papà, ma tu ce l’hai Memorie di Adriano?”, mi chiede oggi mia figlia. “Perché?”. “La Prof. ci ha dato alcune pagine da leggere”.

Sì, ce l’ho, e lo passo a mia figlia. Mi torna, improvvisa, la spinta a provarci di nuovo.

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Non mi piace questo settembre. Forse pure per come è iniziato. Con la tragedia di Willy, ragazzo buono, generoso, altruista, coraggioso. Come noi italiani amiamo vederci. Lui, da solo contro cinque, lo è stato più di tutti. Ci rimane ora la sua immagine con indosso la maglia della Roma. Non è realtà. Era il suo sogno, dicono, che ora sembra quasi realtà.

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Incontravo Fabio nel quartiere. Pallido, il volto sofferente, appoggiato al braccio della madre o del padre, nelle sue passeggiate sempre più brevi e sempre meno frequenti. Sapevo che era molto peggiorato. Quando il padre mi ha scritto, però, ho sentito una fitta. Un altro doloroso strappo. 

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Dopo trent’anni ci sono riuscito. 

Ora che l’ho letto posso dirlo anche io: “Memorie di Adriano” è un bellissimo romanzo. 

Ho capito perché mio padre non me lo consigliò. E’ un romanzo che non si può leggere prima di una certa età (se non, come ha fatto la Prof. di mia figlia, per qualche brano).

Perché racconta la storia di un uomo che fa i conti con la propria vita, quando inizia a vedere la morte. Pagina dopo pagina, ci si avvicina al momento finale. Ed è proprio quella la parte più toccante del libro. Almeno per me è stato così. Vale la pena leggere le trecento pagine precedenti per arrivare pronti a quelle ultime parole. Al consapevole commiato: “Animula vagula blandula …”. 

Ho finalmente capito il significato di quei versi. 

E tenendo il libro tra le mani, mi è sembrato anche di vivere le stesse emozioni di chi prima di me l’aveva sfogliato e letto. 

Il passato è di nuovo presente.

E settembre, questo settembre, all’improvviso mi sembra un po’ meno nero.




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