·Al tempo del contagio·

Ci guardiamo con diffidenza ed è, io trovo, la cosa peggiore. Prima di darci la mano ci scrutiamo, come se lo sguardo, l’abbigliamento, la maggiore o minore cura della rasatura, il taglio dei capelli, potessero rivelare rischiosi contatti o provenienze dalle zone cosiddette “Rosse”. Niente più Cina o Oriente, adesso il vero pericolo è avere dei collegamenti, anche indiretti, con la zona di Lodi. Un accento nordico o un riferimento a un piatto lombardo inducono al sospetto.

Ci si scambia saluti frettolosi, accompagnati da un cenno della mano lasciato in sospeso. Sembra di essere tornati alle medie, quando si aveva l’imbarazzo del contatto anche minimo e quindi della stretta di mano, ché era il saluto dei grandi, e più ancora dell’abbraccio o del bacio, ché erano da femmine. 

Accade di nuovo così. E seppure non ci siano, qui a Roma, misure immediatamente restrittive: ma che vai al cinema? In palestra? Al ristorante? Al mercato di Porta Portese, poi, sei pazzo? Con le mani di tutte i colori che scambiano merci provenienti da chissà quante altre mani e da quali paesi? 

A far la spesa alimentare invece sì, andiamo, come necessario pericolo da correre, mantenendo la giusta distanza dagli altri esseri umani, a comprare tutto ciò che si conserva o comunque si può congelare in modo da fronteggiare, se necessario, anche un lungo periodo di forzata chiusura di esercizi commerciali, scuole, uffici.

A me, devo dire, piace dare la mano e guardare negli occhi l’interlocutore. Solo che ora nello sguardo di chi ho davanti leggo soprattutto una preoccupazione: “Oddio e se ora tossisce?”. 

La situazione è quella ironicamente rappresentata da un audio circolato nei giorni scorsi; come sottofondo il suono di una sirena, una voce dal tono un po’ concitato spiega: “Rega’, ‘sta cosa ce sta a sfuggi’ de mano; in autobus ho tossito forte pe’ copri’ ‘na scureggia e me stanno a porta’ allo Spallanzani…”. 

Per tirare un po’ su il livello di questo mio scritto vi dico che ho letto anche io la bellissima lettera del Preside della scuola milanese e invito tutti a farlo, perché è un esempio di moderazione, cultura, saggezza. 

Ho letto pure le citazioni dei “Promessi Sposi”, solo che ne ho un ricordo vaghissimo, da studente svogliato quale ero.

Però ci ho provato, giuro, a leggere il XXXI capitolo dei Promessi Sposi, perché avrei voluto scrivere delle righe un po’ più colte, con qualche citazione degna. Mi sono scoperto lo stesso, identico studente svogliato che ero e quindi, i dotti ora inorridiranno, mi sono limitato a sfogliare le pagine con la superficialità con cui le sfogliai allora. Una cosa però ho capito, anche perché compendiata da Manzoni stesso: che il dilagare della peste, a Milano, nel 1600, dipese da un atteggiamento negazionista, prima, deviante dal vero, poi, irrazionalmente allarmista, infine. 

E allora se così andarono le cose nel 1600, forse adesso stiamo nel giusto, al netto di qualche errore sempre possibile. Perché la malattia, qui in Italia, è stata chiamata subito per ciò che è. Sono state adottate misure dure, certo, ma non discriminatorie, volte a tutelare sia chi è nelle zone “colpite” sia chi ne è fuori. Nessuno è stato additato come “untore”, per tornare a terminologia manzoniana, se non, inizialmente e ingiustamente, i cinesi d’Italia, anche se la diffusione tra gli italiani d’Italia ha riportato tutti ad un atteggiamento più razionale. E ora noi, cinesi e italiani, siamo sulla stessa barca, sbeffeggiati e rifiutati dalle altre popolazioni. Ma le malattie a volte sono democratiche e si periteranno di dimostrare che il contagio è potenzialmente di tutti e le uniche armi che abbiamo per combatterlo sono attenzione e solidarietà. Come scrive Manzoni, e qui rischio proprio di un fare figurone, allora preciso subito che sono le ultime righe del capitolo, quelle che leggono pure gli svogliati, “Si potrebbe, tanto nelle cose piccole, come nelle grandi”, provare a seguire “il metodo proposto da tanto tempo, d’osservare, ascoltare, paragonare, pensare, prima di parlare”. “Ma”, scrive ancora Manzoni, “parlare, questa cosa così sola, è talmente più facile di tutte quell’altre insieme, che anche noi, dico noi uomini in generale, siamo un po’ da compatire”. Siamo dunque da compatire se parliamo a sproposito, come forse ho fatto io in queste righe.

E allora dico che cerco di attenermi alle norme di prudenza. Mi lavo le mani spesso. Mi propongo di tossire nel gomito. Evito luoghi affollati.

Però non vedo l’ora, questo voglio anche dire, di dare la mano incontrando occhi sereni nell’interlocutore, andare al cinema e in palestra, frequentare il mercato di Porta Portese, dove si incontrano mani e merci di tutti i colori e paesi.

E vi dirò che ancora una settimana fa l’ho fatto. Venerdì al cinema, sabato in palestra e al ristorante, domenica a Porta Portese. Tutto in un week-end e non mi accadeva da anni.

Chi vuole guardarmi con ancora maggiore diffidenza si accomodi pure, a questo punto.




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