·Accumulatore seriale·

Mi riesce difficile gettare via. Oggetti, vestiti, carte, scontrini. Mi lego a ciò che rappresentano. Il fatto, l’episodio, il periodo che si cela dietro a ognuno di loro. Quando sono stati comprati. Chi me li ha regalati. Quel pranzo. Quella festa. Quell’estate. Un amico mi ha definito “accumulatore seriale”. Chissà. Forse è vero.

Ci sono alcuni passaggi tipici nei quali mi devo confrontare con questa difficoltà a separarmi dalle cose. Per esempio i cambi di stagione. 

Da 31 anni resiste, più forte di qualsiasi razionalizzazione del guardaroba, una felpa della quale ero molto orgoglioso nel 1988. La indossavo quando avevo l’esigenza di essere “charmant”. D’inverno o d’estate, perché, che io ricordi, a quell’età indossavo sempre e solo felpe. Per un paio d’anni è stato il mio capo d’abbigliamento di punta. Poi il suo utilizzo è diventato meno frequente. Al quarto anno è diventata la felpa da casa. Dal sesto anno, maturati un paio di buchi sulle maniche, non l’ho mai più indossata. Eppure sta ancora lì.  Non riesco a separarmene. Simboleggia una parte di vita. E come fai a staccarti da una parte della tua vita? Sarebbe un po’ come morire.

Accade lo stesso anche per oggetti relativi a episodi specifici. Gli scontrini, per esempio. Di un regalo fatto o di un pranzo consumato. Mi ricordano l’emozione mostrata da chi ha ricevuto il dono o il piacere vissuto nella convivialità. E tutto quello che c’era prima o dopo. La ricerca, l’attesa, la gioia. Insomma non riesco a gettarli. Il mio portafoglio, infatti, sembra un panino molto farcito. Quando poi decido che basta, devo fare qualcosa, riesco a liberarmi solo di scontrini divenuti illeggibili o relativi a momenti insignificanti.

Un altro passaggio tipico di confronto con questa difficoltà è l’arrivo o la partenza dalla casa al mare.

Tutti gli anni trovo modo e motivo per salvare un paio di pantaloni che indossavo giusto vent’anni fa. C’è una foto in cui mia moglie ed io, ridendo, accenniamo a un passo di danza. E come fai a separarti da quel ricordo? C’è la foto, certo, ma ogni volta che incontro e tocco quei pantaloni, si ravvivano sensazione e memoria. 

Ecco, il tocco. Un’amica mi aveva consigliato il libro di un’autrice giapponese su “L’arte del riordino”. Perché, in tutto questa patologica conservazione, è inevitabile produrre una certa confusione. E infatti questa sacerdotessa dell’ordine chiarisce subito che la chiave è saper eliminare ciò che non serve. Ahia. Si mette male per me. 

Alle popolazioni, per esempio agli italiani, che hanno difficoltà a separarsi dagli oggetti, e non per il valore venale ma affettivo, la sacerdotessa in questione suggerisce di rapportarsi alla “cosa” che ora non ha più alcuna funzione (sia esso un vestito, un foglio di carta o altro), con una specie di cerimonia, che prevede il contatto fisico, la carezza, il ringraziamento per ciò che l’oggetto ha fatto per noi e il quindi il saluto.

Quest’anno, arrivati al mare, abbiamo fatto un po’ d’ordine. Gettato giocattoli e libri infantili che i nostri figli di buon grado hanno acconsentito ad eliminare.

Rispetto ad una maschera e ad un paio di occhialini, mia moglie, oltre che ai diretti interessati, ha chiesto l’autorizzazione anche a me. Io l’ho accordata prontamente. 

Tanto ero convinto che mi sono anche incaricato di portare il bustone nero in garage, in attesa di farlo confluire nel pertinente cassonetto. Mentre scendevo le scale, ho cominciato a sentire vacillare le mie certezze. Giunto nel seminterrato mi sono ricordato della cerimonia suggerita dalla sacerdotessa giapponese. Ho aperto il bustone, cercato e trovato maschera e occhialini. Li ho toccati, accarezzati e ringraziati. Mi sono venuti in mente i mie figli, a 5 e 7 anni, in un momento ordinario ma preciso, immortalato in un filmino familiare: avevano maschera e occhialini sulla fronte; ci hanno chiesto se il pomeriggio avrebbero potuto prendere il gelato; abbiamo detto di sì; a quel punto, con maschere e occhialini sempre sulla fronte, si sono lanciati, festanti, in mare, accompagnando la corsa con uno spassoso urletto liberatorio.

Toccando maschera e occhialini, ho rivissuto esattamente quella situazione. Ho espresso la mia gratitudine agli oggetti. 

A quel punto occorreva passare, secondo il rito della sacerdotessa dell’ordine, alla fase dei saluti. Ero pronto. Ho preso maschera e occhialini e li ho riposti su uno scaffale del garage. In piedi, con la solennità adeguata alla situazione, ho quindi pronunciato la formula di saluto che mi pareva più appropriata: “Ci vediamo l’anno prossimo”.




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