• ·Maperò fa il compleanno·

    Un anno fa, a quest’ora, smadonnavo e mi chiedevo: chi mai mi leggerà e come farò e tutta questa fatica questa ansia questo patema e chi me lo fa fare. Era il primo giorno ed erano le sei di mattina, Maperò esordiva con un post sull’Expo. Alle undici ero sommersa dalle mail di auguri, di complimenti, di incoraggiamenti, anche dalla prima seccatura per la verità, ma anche quello era un buon segno. E insomma, l’avete capito: Maperò oggi compie un anno. E in un anno vi ha raccontato un sacco di cose dell’Abruzzo, e io che avevo l’ansia da prestazione, mi sono resa conto che altro che blog, avrei potuto fare un giornale con tutte le storie che avevo nel cassetto.

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    E’ cresciuto tanto ma così tanto che non me lo sarei mai aspettata, e soltanto grazie a voi Maperopolisti. A voi che mi leggete, che mi fate da correttori di bozze e alle sette di mattina mi segnalate i refusi, a voi che mi proponete le notizie, che mi mandate documenti, che mi sostenete, che mi incoraggiate, e che mi criticate anche, ma che non mi avete mai ma proprio mai fatto sentire sola, neppure nei momenti più difficili. E ancora mi emoziono ogni tanto, quando apro Google analytics, che è lo strumento che ai blogger racconta tutto dei lettori, e scopro che in quell’istante, ecco proprio adesso, c’è qualcuno che mi legge dal Sud America o dalla Russia. E penso: sarà un Maperopolista emigrato, in vacanza, una spia, un vecchio amico, chissà.
    E allora adesso provo a raccontarvelo qui, questo anno di Maperò, con i post che hanno registrato più letture, quelli che sono stati più condivisi, insomma quelli che ci/vi sono piaciuti di più. Ma giuro, è uno sforzo enorme.

    Antonio Razzi

    Antonio Razzi

    L’Expo, ricordate, ci ha accompagnato per gran parte dell’estate. L’Abruzzo in formato vola-vola in via Fiori Chiari, spacciato per un gran successo e ora non ne è rimasto più nulla. La notizia che il Consiglio di Stato chiede a Renzi di sciogliere il consiglio regionale il 22 luglio scorso, alla fine era proprio come scriveva Maperò. La coccola da otto milioni di euro alle cliniche private, svelato qui. E Gianni Chiodi che apprende, sempre da Maperò, del regalo alle cliniche private, come se Forza Italia non ci stesse in Consiglio regionale. Gli strafalcioni in inglese maccheronico del sottosegretario Camillo D’Alessandro: <Go, go here>, che Maperò vi ha fatto sentire in uno dei suoi primi video. E poi gli encomi psicanalitici del governatore Luciano D’Alfonso, il salvataggio di Rosso Antico, la dirigente Carla Mannetti in quota centrodestra che più destra non si può, la guerra al direttore signor-no Giancarlo Zappacosta, l’amore-odio di Dalfy e Renzi. Maperò vi ha raccontato molto anche dell’Aquila, della vergogna dei balconi crollati nelle case di Berlusconi, di Bertolaso e la sua candidatura, delle spese pazze della Asl di Pescara, la Radioterapia bloccata per tutta l’estate e le transumanze dei malati di tumore nelle altre regioni. E di fronte alle coccole ai privati al super staff ai muscoli e alle baldanze, Maperò vi ha parlato della povertà negata il lavoro che non c’è e un Abruzzo dolente e reale che fa a pugni con l’expottimismo regionale e tutti i frecciarossa e i frecciazzurra del mondo.

    Camillo D'Alessandro

    Camillo D’Alessandro

    E poi, nei week-end, le foto di Stefania Pezzopane e Simone Coccia Colaiuta in tutte le salse, al mare in bici in montagna e spesso in tv, Antonio Razzi che ogni giorno se ne inventa una. Federica Chiavaroli promossa sottosegretario alla Giustizia, il pasticcio dell’Istituto zooprofilattico e gli esposti del ministro Lorenzin contro D’Alfonso, il braccio di ferro per Manola Di Pasquale.
    Maperò vi ha raccontato di Pagano alla corte di Berlusconi, del Masterplan con tutti i retroscena, l’affare della City, le assunzioni le clientele gli amici degli amici, la bocciatura dell’Europa, e chi se li ricorda più.

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    Maperò ha trovato tanti ma proprio tanti nuovi amici, sulla sua strada. Che l’hanno fatto crescere: il primo, #decimaMusa, che è il suo critico cinematografico che ogni fine settimana recensisce almeno due film. Uno pseudonimo, lo sapete, che nasconde un personaggio famoso, brillante, eclettico, con questa enorme passione per il cinema: da questa passione e dalla simpatia per Maperò è nato “L’occhio del gatto”, la rubrica che conoscete tutti. E da poco più di un mese c’è “Easy writer”, la rubrica che uno scrittore bravo e sensibile come Marco La Greca ci regala ogni due settimane. Io spero sempre che lui si decida a scrivere più spesso, ma per ora non ce la fa.
    Insomma, Maperopolisti, è il momento di augurarci buon compleanno, buon primo anno.

    ps: va bene, ci siamo parlati un po’ troppo addosso, oggi è andata così. Da domani, promesso, si ricomincia.



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  • ·Contrordine Micucci·

    E all’improvviso, dietro front. Gli aveva cucito addosso quel vestito apposta per lui. Lo aveva intronizzato, infiorettato, incensato, aveva fatto modificare lo Statuto, trovato risorse aggiuntive per pagarlo, sostenendo che dopo di lui, il diluvio. Insomma, la nuova Fira (finanziaria regionale abruzzese), sembrava che senza Rocco Micucci, l’ex presidente nominato dal centrodestra, non potesse andare avanti.

    Rocco Micucci

    Rocco Micucci

    A distanza di soli otto mesi, Luciano D’Alfonso ci ripensa: e Micucci da plenipotenziario della Fira si ritrova a malapena con una seggiolina in quarta fila. Ridimensionato, senza benefit, senza auto di servizio e senza autista. Uno strappo che si consuma, forse, al momento del voto all’Ersi (l’ente regionale per il servizio idrico integrato) dove D’Alfonso insedia la sua amica Daniela Valenza: Micucci, per niente riconoscente, vota Umberto Di Primio. Così racconta il tam-tam politico. E parte la vendetta. Ma non solo per questo.

    La nota col dietro-front di Dalfy viene approvata dall’assemblea Fira il 19 maggio scorso: poche righe secche, in cui il presidente della Regione scrive che “a precisazione” della delibera di settembre scorso, i nuovi poteri di Micucci si limiteranno all’ordinaria amministrazione e agli affari in corso. E quindi non avrà più voce in capitolo sul resto. L’auto a noleggio gli era stata già tagliata con le nuove norme anti-sperpero, e a malapena ora gli resta una poltroncina.

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    Il nuovo presidente Felizzi

    Uno strappo in piena regola. Basti pensare che a settembre scorso D’Alfonso, con una mossa a sorpresa, si inventa la figura di Segretario generale apposta per lui. L’assemblea della Fira, a malincuore approva:

    <L’assemblea – recita il verbale – condividendo la proposta del presidente D’Alfonso, nomina all’unanimità il dott. Micucci Segretario generale. Delibera altresì che la durata di tale incarico è prevista per un intero esercizio, con decorrenza dalla costituzione del nuovo cda e stabilisce che il compenso previsto è di 24 mila euro netti annui, oltre eventuali rimborsi per spese sostenute nell’esercizio delle funzioni>.

    Ma questo è niente. E’ nel capitolo delle funzioni che D’alfonso da’ il meglio, si fa per dire, di sé: a Micucci viene assegnata

    <la responsabilità di garantire la continuità di esercizio con il conseguimento connesso degli obiettivi aziendali definiti dal cda, promuovendo le idonee e necessarie iniziative commerciali e organizzative, curando lo sviluppo delle risorse interne. Egli, pertanto, svolge funzioni operative e coordinamento delle attività di esercizio, è a capo del personale, approva e autorizza la presentazione delle proposte di delibera agli organi sociali, dà esecuzione alle deliberazioni degli organi sociali, gestisce gli affari correnti, eccetera eccetera>.

    L’elenco delle funzioni continua per un’altra pagina: avrebbe avuto delega bancaria, poteri con firma singola, tutto il cucuzzaro. Insomma, un presidente-ombra in piena regola.

    Luciano D'Alfonso

    Luciano D’Alfonso

    E’ chiaro che un incarico del genere non poteva andare giù neppure al nuovo presidente Alessandro Felizzi, tra l’altro molto amico di D’Alfonso, che si sarebbe ritrovato a fare il passacarte e non è stato digerito neppure da un bel pezzo del Pd. Ma a far crollare il magico mondo di Micucci&Dalfy pare sia stato proprio il voto all’Ersi.

    E niente: l’ex presidente della Fira e sindaco di Rapino si è giocato il tutto per tutto. Ha persino avvicinato Matteo Renzi durante la sua visita all’Aquila per la firma del masterplan, strappandogli un colloquio privatissimo di alcuni minuti e un selfie (che per la verità il premier non nega a nessuno) finito sulla home page del Consiglio dei ministri. Senza però ottenere granché: è passata la nuttata senza che sia successo nulla. D’Alfonso non è tornato sui suoi passi, e il siluro e’ partito.

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    Il selfie di Rapino, tratto dalla pagina de Il Centro

    Ps: però Micucci ha mantenuto il compenso. E a dispetto delle politiche del rigore della Fira, quei tagli del 10 per cento alle remunerazioni dei membri del cda sono serviti soltanto a ricavare i soldi per pagare lui. Che almeno sotto questo aspetto, è caduto in piedi.



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  • ·Attenti all’Aquila·

    Sembra una battaglia tutta aquilana uno scontro per le candidature una resa dei conti una guerra dei nervi. E in parte lo è. Ma è da qui, L’Aquila Abruzzo Italia, che parte la crociata contro Luciano D’Alfonso e contro quello che sarà o dovrebbe essere il dopo referendum: voti, elezioni, candidature, poltrone, interrogativi, staffette. Staffetta, al singolare, la parola magica.

    Cialente e D'Alfonso

    Cialente e D’Alfonso

    Oggi all’Aquila si vota il bilancio e il centrosinistra al governo della città si spaccherà. In Consiglio, perchè fuori si è già spaccato da un pezzo. Lo scontro è andato in onda più sulle tv e su Facebook che altrove, tanto da oscurare persino le sortite del vice sindaco Nicola Trifuoggi, diventato improvvisamente un pasdaran anti-Cialente per ritagliarsi un futuro da candidato-sindaco e ora forse più che mai, con un pugno di mosche in mano, costretto alle dimissioni. No, Trifuoggi non se lo fila più nessuno.

    A dare fuoco ci ha pensato il presidente del Consiglio comunale Carlo Benedetti, che ha fatto suoi i malumori di Rifondazione e Si che non voteranno il bilancio, un bilancio a zero con tasse a mille e tagli al sociale che resta appeso a una semplice promessa: i 16 milioni di euro che Renzi ha garantito al sindaco: <L’Aquila è diventata una città dalfonsocentrica>, ha detto Benedetti, e le chiavi della città gliele ha consegnate Cialente.

    Benedetti e Cialente

    Benedetti e Cialente

    Benedetti pensa alle primarie per il sindaco: il vice presidente della Regione è il candidato predestinato, e lui di fronte a Giovanni Lolli non farà uno ma due passi indietro. Poi c’è l’autocandidatura di Americo Di Benedetto, ex sindaco di Acciano e presidente di Gran Sasso acqua, un po’ straniero per molti aquilani e soprattutto molto ma molto democristiano, sia pure ex. Quindi graditissimo a D’Alfonso. Primarie fasulle, per Benedetti, che servirebbero solo a reggere il velo della sposa, cioè Lolli, e alle quali lui certo non si presterebbe. Ma che servirebbero, nel caso di rinuncia dell’ex presidente della Regione, a spianare la strada allo “straniero”.

    Amerigo Di Benedetto

    Amerigo Di Benedetto

    E a questo punto si apre lo scenario regionale: se Lolli va a fare il sindaco dell’Aquila, alla Regione si libera un posto da vice presidente. Eccola, la staffetta. un vice presidente che potrebbe diventare reggente e poi prossimo candidato governatore se si votasse nel 2017, cioè dopo il referendum e Luciano D’Alfonso andasse in Parlamento. Due anni prima della scadenza del mandato. Una poltrona che piacerebbe molto a Camillo D’Alessandro, il delfino dalfonsiano che avendo rinunciato al ruolo di sottosegretario per accontentare Sel e Mario Mazzocca, si ritrova in credito e potrebbe essere intronizzato con tutti gli onori.

    Giovanni Lolli

    Giovanni Lolli

    Però alla fine Lolli potrebbe decidere pure che no, fare il sindaco non vale la pena. E che è meglio restare alla Regione. A quel punto Di Benedetto diventerebbe l’asso nella manica di D’Alfonso per controllare la città. Ed è quello che Benedetti a questo punto vuole impedire a tutti i costi.

    Il Pd dal canto suo non si capisce bene che ruolo stia svolgendo. Finora silente e appiattito sulle posizioni dalfonsiane, potrebbe non accettare che D’Alfonso molli la Regione in così netto anticipo: una cosa è se si votasse alle Politiche nel 2018, un’altra è il 2017, con la prospettiva quindi di sei mesi di reggenza (affidati a D’Alessandro o chi per lui), e di un anno di commissariamento. E’ chiaro però che finora il partito non sembra in grado di ostacolare un progetto a cui il governatore non rinuncerà mai, secondo i fedelissimi: gli è già capitato una volta di restare (in quel caso sindaco di Pescara), abbandonando l’idea di candidarsi alla Regione, con tutto quello che ne conseguì. E ora, anche per scaramanzia, non si ripeterà più. Insomma, D’Alfonso andrà a Roma a fare il parlamentare, questa è l’ipotesi più probabile. Lasciando in sella il suo delfino. Almeno se il partito glielo consentirà.

    Nel frattempo, all’Aquila hanno fiutato l’aria e ieri sulla bacheca di Carlo Benedetti è andato in scena uno scontro durissimo col sindaco Massimo Cialente. Col presidente del Consiglio che chiede di rinnovare subito un patto ulivista <per bloccare sul nascere le prospettive neocentriste in itinere> e di non sottovalutare il malessere di Rifondazione e Si, e Cialente che cade dal pero e tenta di salvare il salvabile. Cioè il bilancio. Che poi la città finisca nelle mani di D’Alfonso, a lui poco importa: anzi, finito il mandato, dovrà trovare una nuova collocazione che solo il governatore futuro parlamentare gli potrà garantire.

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    Ps: ma è chiaro che a partire da oggi, ne vedremo delle belle. Anche perché pure Stefania Pezzopane, al momento, sta alla finestra.



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